Giappone. Decollano i bombardieri come deterrenza nei confronti della Russia

dí Giuseppe Gagliano –

Il decollo dei caccia giapponesi per intercettare velivoli russi nel Mar del Giappone risponde a un gesto politico travestito da routine operativa, e come tale va letto. Mosca sostiene di aver volato su acque neutrali e nel rispetto delle regole internazionali; Tokyo ribatte con la formula di rito sulla vigilanza e sulle “misure necessarie”. Ma il punto non è stabilire chi abbia ragione sul centimetro di cielo: il punto è che, anche senza violare lo spazio aereo sovrano, un bombardiere con capacità nucleare vicino alle rotte giapponesi è già un messaggio in sé.
I Tu-95MS, scortati da caccia moderni, non servono a “vincere” una battaglia nel Mar del Giappone. Servono a farsi vedere. E a costringere l’avversario a reagire. La reazione giapponese, infatti, è prevista: intercettazione, tracciamento, dichiarazione pubblica, opinione interna rassicurata. È un copione collaudato. La Russia ricava due vantaggi: dimostra che, pur impegnata in Ucraina, mantiene una presenza credibile nell’Estremo Oriente; e testa tempi, procedure, catena decisionale e prontezza operativa delle Forze di autodifesa giapponesi. In altre parole: non è una “provocazione”, è una ricognizione politica e militare.
Sul piano strategico-militare la sostanza è questa: Mosca sta dicendo che il Pacifico non è un retrofronte. I bombardieri a lungo raggio sono strumenti di deterrenza e di comunicazione, e il riferimento alla capacità di trasportare missili da crociera con testata nucleare serve a irrigidire la percezione del rischio, non a preparare un attacco imminente. Il Giappone, dal canto suo, non può permettersi ambiguità: la credibilità della difesa aerea è parte dell’alleanza con gli Stati Uniti e, allo stesso tempo, un requisito interno, perché la società giapponese accetta la “normalizzazione” militare solo se percepisce minacce concrete.
Le tensioni tra Russia e Giappone hanno una radice territoriale che resiste alle stagioni: le isole Curili contese. È una questione che incrocia sovranità, identità e prestigio. Finché resta aperta, ogni pattugliamento diventa più carico di significati, ogni mappa pubblicata dagli stati maggiori diventa una dichiarazione politica. Per Tokyo, la presenza russa nell’area è un promemoria: Mosca non è solo “Europa orientale”, è anche potenza del Pacifico. Per Mosca, la postura militare nell’Estremo Oriente è una leva: serve a ricordare al Giappone che l’alleanza con Washington ha un costo, e che quel costo può manifestarsi in forma di tensione permanente ai confini marittimi.
Ogni episodio di questo tipo alza la temperatura percepita dell’area e, con essa, i costi indiretti: assicurazioni marittime più care, premi di rischio più alti per alcune rotte, maggiore attenzione sulle infrastrutture energetiche e sui corridoi logistici che passano vicino a mari contesi. Il Giappone vive di commercio e di flussi sicuri: non serve un conflitto per creare danni, basta una regione che appare più instabile. La Russia, che ha bisogno di dimostrare resilienza e capacità di proiezione, utilizza anche questi strumenti “a bassa intensità” per ricordare che la sicurezza non è gratuita e che, nel Pacifico, nessuno può chiamarsi fuori.
Il riferimento alle pattuglie congiunte russo-cinesi nei pressi del Giappone non è un dettaglio: è la cornice. Non significa che Mosca e Pechino siano un blocco monolitico, ma che stanno imparando a sincronizzare mosse e simboli. Per Tokyo è il peggior scenario politico: dover gestire contemporaneamente una Russia che mostra i muscoli e una Cina che cresce come potenza navale e tecnologica. Per Washington è un campanello: più si irrigidisce la contrapposizione, più gli alleati asiatici chiedono garanzie, presenza, sistemi d’arma, e quindi più si alzano i costi e i rischi di escalation.
Nessun aereo russo è entrato nello spazio aereo sovrano giapponese. Ma la stabilità non si misura soltanto con la linea delle 13,8 miglia dalla costa: si misura con l’intenzione, con la frequenza, con la coreografia. Se questi voli aumentano, il Giappone rafforzerà ulteriormente posture, radar, prontezza e cooperazione con gli Stati Uniti. E la Russia continuerà a usare l’aria come palcoscenico, perché è un modo relativamente economico di mostrare potenza, spostare attenzione, creare incertezza. Il Pacifico nord-occidentale, così, resta un luogo dove la pace è una somma di gesti minimi: decolli, intercettazioni, comunicati. E dove un volo “in acque neutrali” basta a ricordare che la neutralità, in geopolitica, è spesso solo una parola.