di Giuseppe Gagliano

Il Giappone ha trasformato la sicurezza economica in una delle principali leve della propria politica nazionale. Tokyo ha compreso prima di molti altri paesi che commercio, catene di approvvigionamento, semiconduttori, minerali critici, brevetti, dati e infrastrutture non sono più soltanto strumenti economici, ma anche fattori di potenza, pressione e coercizione geopolitica.

La svolta giapponese nasce da una serie di crisi. Nel 2010, dopo un incidente vicino alle isole Senkaku, la Cina bloccò le esportazioni di terre rare verso il Giappone, mostrando come una dipendenza industriale potesse diventare un’arma diplomatica. A quel trauma si sono poi aggiunti Fukushima, la pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi dei semiconduttori e la crescente competizione tra Stati Uniti e Cina.

Tokyo ha risposto costruendo una vera architettura istituzionale. Nel 2020 il Segretariato per la sicurezza nazionale ha creato un’unità dedicata alla sicurezza economica. Nel 2021 è stato nominato un ministro specifico e istituito un consiglio presieduto dal primo ministro. Nel 2022 il Parlamento ha approvato una legge fondata su quattro pilastri: protezione delle forniture essenziali, sicurezza delle infrastrutture critiche, sviluppo di tecnologie avanzate e brevetti segreti.

La logica è chiara: lo Stato non può più limitarsi a intervenire dopo le crisi, ma deve anticipare le vulnerabilità, proteggere le tecnologie sensibili e sostenere i settori strategici. Nel 2025 il governo ha individuato dodici categorie di prodotti critici, tra cui semiconduttori, batterie e componenti aeronautici, prevedendo aiuti pubblici per le imprese coinvolte.

La dottrina giapponese si fonda su due concetti: autonomia strategica e indispensabilità strategica. La prima punta a ridurre le dipendenze più pericolose, soprattutto dalla Cina, senza però cadere nell’autarchia. La seconda mira a rendere il Giappone indispensabile nelle catene globali del valore, attraverso tecnologie, componenti e competenze difficili da sostituire.

Da qui nasce il sostegno a settori chiave come i semiconduttori. Tokyo ha favorito l’insediamento della taiwanese TSMC sul proprio territorio e sostiene Rapidus, società nata con il contributo di grandi gruppi giapponesi per produrre chip di nuova generazione. L’obiettivo è riconquistare spazio in una filiera decisiva per l’industria, la difesa e la competizione tecnologica globale.

Il principale riferimento strategico resta la Cina. Pechino è il primo partner commerciale del Giappone, ma anche il suo principale rivale nell’Indo-Pacifico. La dipendenza dai minerali critici cinesi, in particolare dalle terre rare, resta una vulnerabilità strutturale. Per Tokyo il problema non è interrompere i rapporti economici con la Cina, ma impedire che il commercio diventi uno strumento di pressione politica.

La sicurezza economica è ormai inseparabile dalla difesa militare. In una crisi su Taiwan, nel Mar Cinese Orientale o attorno alle Senkaku, la pressione non passerebbe solo da navi e missili, ma anche da porti, cavi sottomarini, semiconduttori, carburante, farmaci, logistica e reti informatiche. L’attacco informatico al porto di Nagoya nel 2023, che bloccò le operazioni per tre giorni, ha mostrato quanto le infrastrutture civili siano ormai elementi strategici.

Il Giappone ha quindi riportato lo Stato al centro dell’economia, non con una pianificazione rigida, ma attraverso una selezione dei settori critici, il sostegno alle imprese nazionali, l’attrazione di investimenti affidabili e la protezione delle tecnologie sensibili. È un modello che offre vantaggi, ma anche rischi: eccesso di interventismo, sprechi, protezionismo e tensioni con i partner commerciali.

Un altro elemento di incertezza riguarda gli Stati Uniti. Washington resta l’alleato militare indispensabile, ma l’uso crescente di dazi e pressioni commerciali anche verso gli alleati ha reso l’America un fattore meno prevedibile. Per Tokyo, la Cina è la minaccia principale, ma gli Stati Uniti non sono più una garanzia economica assoluta.

Questa condizione avvicina il Giappone all’Europa. Anche l’Unione Europea vive una doppia dipendenza: economica dalla Cina e strategica dagli Stati Uniti. La cooperazione tra Tokyo e Bruxelles può quindi rafforzarsi su semiconduttori, minerali critici, controllo degli investimenti esteri, protezione delle infrastrutture, sicurezza delle catene logistiche e difesa della proprietà intellettuale.

La lezione giapponese è chiara: la sicurezza economica non può essere lasciata solo alle imprese. Il mercato cerca efficienza e profitto, ma lo Stato deve individuare le vulnerabilità sistemiche e proteggere la libertà di decisione nazionale. L’Europa parla molto di sovranità tecnologica, ma spesso procede lentamente e in modo frammentato. Il Giappone, pur con limiti e contraddizioni, ha invece costruito un metodo operativo.

Con l’arrivo al potere di Sanae Takaichi, già ministra per la sicurezza economica, questa linea è destinata a rafforzarsi. Tokyo punta a rivedere la legge del 2022, rafforzare il controllo sugli investimenti esteri, sostenere le imprese giapponesi all’estero e creare nuove strutture dedicate alla sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Il Giappone non vuole soltanto proteggere le proprie imprese. Vuole proteggere la propria capacità di decidere. In un mondo in cui materie prime, porti, chip, dati e infrastrutture possono diventare strumenti di ricatto, la sovranità appartiene a chi possiede i mezzi materiali per difenderla. Tokyo lo ha capito. L’Europa, invece, continua spesso a discuterne senza trasformare la consapevolezza in strategia.