di Giuseppe Gagliano

Con l’approvazione di un bilancio da 122.300 miliardi di yen, il Giappone compie una scelta che va oltre la mera contabilità di Stato. È una decisione politica, strategica, che riflette la percezione di vivere una fase storica di transizione, nella quale sicurezza e stabilità economica non possono più essere trattate come capitoli separati. Il governo guidato da Sanae Takaichi ha messo nero su bianco un dato di realtà: Tokyo ritiene che l’ambiente regionale sia entrato in una fase di competizione strutturale e duratura.

Non a caso il Ministero della Difesa parla del contesto “più complesso dalla fine della Seconda guerra mondiale”. È una formula forte, ma non retorica. Dietro c’è la convinzione che il baricentro strategico dell’Asia orientale stia cambiando rapidamente, sotto la spinta dell’ascesa della Cina, delle tensioni nello Stretto di Taiwan e dell’instabilità delle rotte marittime.

Quasi 9mila miliardi di yen destinati alla difesa rappresentano il cuore politico del bilancio. Il Giappone non punta a una proiezione di potenza globale, ma a un rafforzamento selettivo delle proprie capacità di deterrenza e sorveglianza. Il programma costiero “SHIELD”, con l’impiego di droni per la protezione del litorale, va letto in questa chiave: controllo dello spazio marittimo, risposta rapida a eventuali incursioni, riduzione della dipendenza da assetti tradizionali più costosi e vulnerabili.

È un riarmo tecnologico, più che numerico, coerente con una dottrina che resta formalmente difensiva ma sempre meno passiva. Tokyo non intende provocare, ma nemmeno farsi trovare impreparata in uno scenario di pressione crescente.

Il problema è che questa scelta strategica arriva in un momento di fragilità economica. Con un debito pubblico che supera il 230 per cento del PIL, il Giappone si muove su un crinale sottile. I mercati lo sanno, e reagiscono. Le recenti turbolenze sullo yen e l’aumento dei rendimenti obbligazionari mostrano che ogni espansione fiscale viene ormai scrutinata con attenzione.

La linea di Takaichi è chiara: evitare un’austerità che rischierebbe di indebolire ulteriormente l’economia reale, ma al tempo stesso rassicurare investitori e partner sulla volontà di mantenere una disciplina finanziaria di fondo. È un equilibrio instabile, soprattutto in un contesto di inflazione persistente e aumento dei costi energetici.

C’è poi un aspetto meno visibile ma decisivo: il bilancio riflette anche un tentativo di tenuta sociale. Le spese per welfare e servizi crescono insieme a quelle militari, segnalando che il governo teme una frattura interna se la sicurezza venisse perseguita sacrificando il benessere. Il messaggio è semplice: la difesa del Paese non può prescindere dalla stabilità economica e dalla coesione sociale.

Il bilancio 2026 non risolve le contraddizioni del Giappone, le espone. Da un lato la necessità di adattarsi a un ambiente strategico più duro; dall’altro il peso di un debito che limita i margini di manovra. Tokyo ha scelto di investire sulla sicurezza come condizione della propria sovranità futura, accettando il rischio finanziario che ne deriva.

Resta da vedere se i mercati concederanno tempo e fiducia a questa scommessa. Perché, in ultima analisi, il Giappone sta dicendo una cosa molto semplice: in un mondo più instabile, il costo dell’inerzia potrebbe essere più alto di quello del debito.