di Giuseppe Gagliano

L’innalzamento dei rapporti tra Italia e Giappone a una “partnership strategica speciale” non è una frase di cerimonia. È una scelta di difesa preventiva: proteggere settori sensibili, ridurre le vulnerabilità, prepararsi a un mondo dove l’economia viene usata come leva politica. Il punto di contatto tra Giorgia Meloni e Sanae Takaichi è semplice: entrambe vogliono diminuire la dipendenza dalla Cina, soprattutto dove conta davvero, cioè nelle materie prime e nelle tecnologie che alimentano industria e apparati di sicurezza.

La dichiarazione congiunta usa parole che non si scelgono per caso: preoccupazione per la coercizione economica, per pratiche non concorrenziali e per restrizioni alle esportazioni che spezzano le catene globali. È un avvertimento rivolto a chi usa i rubinetti delle materie prime come strumento di pressione, ma è anche un messaggio a un Occidente che, con il ritorno di spinte protezionistiche negli Stati Uniti, può diventare meno prevedibile.

Qui sta il cuore dell’intesa. Le terre rare e altri minerali sono la base invisibile di semiconduttori, veicoli elettrici, sensori, radar e sistemi d’arma. La Cina domina una quota enorme non solo della produzione, ma soprattutto della lavorazione: è lì che si crea il vero collo di bottiglia. Se quel passaggio viene controllato, la pressione non arriva con le navi: arriva con un documento doganale, una licenza, un ritardo “tecnico”.

Per questo Tokyo insiste sull’urgenza di rafforzare la resilienza delle filiere minerarie e Roma accetta il terreno di gioco. Non è una scelta ideologica: è un’operazione di tutela industriale. I numeri degli scambi e degli investimenti raccontano un rapporto già solido, ma l’obiettivo adesso è più ambizioso: rendere meno fragile la base materiale delle rispettive economie.

La cooperazione militare si concentra sul programma trilaterale con il Regno Unito per sviluppare un aereo da combattimento di nuova generazione entro il 2035. La sostanza, qui, non è soltanto l’aereo: è la catena industriale che lo rende possibile, la proprietà tecnologica, la capacità di produrre componenti critiche senza dipendere da fornitori che domani potrebbero chiudere le porte.

La ripartizione dei costi prevista è indicativa: Giappone e Regno Unito dovrebbero sostenere la quota maggiore, l’Italia una parte più contenuta. Roma entra quindi in un progetto pesante cercando di ottenere un doppio risultato: restare dentro il livello alto dell’aeronautica militare e difendere competenze nazionali. E c’è un confronto implicito con altri programmi europei simili, spesso frenati da rivalità e litigi industriali: qui il messaggio è che, se l’Europa fatica a decidere, conviene agganciarsi a un’iniziativa che marcia.

L’intesa contiene anche una presa di posizione contro qualsiasi tentativo di cambiare con la forza gli equilibri nel Mar Cinese orientale e meridionale, oltre alla condanna dei programmi nucleari nordcoreani e della cooperazione militare tra Pyongyang e Mosca. Per il Giappone è materia esistenziale. Per l’Italia è un segnale di posizionamento: non può essere protagonista militare nel Pacifico, ma può contribuire a costruire un fronte politico-industriale che renda più costose le avventure.

Sul fondo c’è una certezza: Italia e Giappone restano ancorati agli Stati Uniti, ma cercano margini di autonomia dove conta, cioè nelle tecnologie e nei programmi che formano la spina dorsale della difesa.

Il capitolo africano è la parte più promettente e, insieme, più difficile. L’Italia punta sul Piano Mattei per energia, infrastrutture e progetti legati alle risorse, ma i vincoli di bilancio pesano: con un debito elevato, Roma deve appoggiarsi anche ai fondi europei per il cofinanziamento.

Qui si gioca la credibilità: se l’Africa serve anche a diversificare l’accesso alle materie prime, allora bisogna trasformare i dossier in cantieri e i cantieri in flussi stabili. Altrimenti resterà una narrazione, mentre altri continueranno a occupare lo spazio con più soldi e più velocità.

Questo accordo dice una cosa molto attuale: la geopolitica non passa soltanto dalle basi e dai trattati, ma dalle miniere, dagli impianti di raffinazione, dalle fabbriche e dai componenti che nessuno vede. Roma e Tokyo provano a costruire una cintura di protezione economica e tecnologica. La prova del nove sarà una sola: far seguire agli annunci una rete concreta di progetti, investimenti e forniture alternative. Perché la vulnerabilità, ormai, non fa rumore: si limita a interrompere ciò che serve. E quando si interrompe, decide anche la politica.