di Giuseppe De Santis –
Come molti altri Stati africani, anche il piccolo Stato di Gibuti ha dovuto affrontare le conseguenze dei tagli agli aiuti umanitari decisi dagli Stati Uniti. La buona notizia è che il governo ha trovato un modo per compensare queste riduzioni.
Negli ultimi mesi, infatti, le autorità gibutine hanno utilizzato le entrate provenienti dalla tassa sulle emissioni di anidride carbonica per finanziare progetti sociali.
Nel 2023 è stato creato un ente apposito, la Sovereign Carbon Agency, incaricato di incassare e gestire i proventi della tassa sulle emissioni di CO₂.
A pagare questa imposta sono principalmente le navi che utilizzano il porto di Gibuti: versano 17 dollari per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa. Ogni anno, grazie a questo meccanismo, vengono raccolti circa 10 milioni di dollari.
In passato queste risorse finivano direttamente nelle casse dello Stato. Oggi, invece, l’agenzia le utilizza per finanziare progetti sociali che in precedenza erano sostenuti dagli aiuti statunitensi.
Finora sono stati finanziati circa 80 progetti. Tra questi figurano impianti di desalinizzazione alimentati da pannelli solari, che hanno fornito acqua alle zone colpite dalla siccità e contribuito a prevenire una crisi umanitaria, interventi di riforestazione delle mangrovie, l’acquisto di veicoli elettrici e programmi per il riciclaggio della plastica.
Sebbene Gibuti non sia il primo Paese africano ad aver introdotto una tassa sulle emissioni di anidride carbonica, è probabilmente il primo a utilizzare queste entrate per finanziare direttamente progetti sociali. Il modello sta attirando l’attenzione di altri Paesi africani, che lo stanno studiando come possibile risposta alle esigenze del continente e come esempio per gli Stati più piccoli che non ricevono più aiuti umanitari.




