di Enrico Oliari –
Previsioni rispettate in Giordania, dove le forze politiche fedeli al re hascemita Abdallah II hanno vinto le elezioni dello scorso 23 gennaio, in una tornata elettorale che ha visto recarsi alle urne 1,23 milioni di elettori, cioè poco più della metà degli aventi diritto, e soprattutto l’astensione dei Fratelli Musulmani, forza principale dell’opposizione che così ha voluto protestare per le mancate riforme politiche e, de facto, contro la casa reale.
La consultazione elettorale, voluta dallo stesso sovrano per rinnovare la Camera Bassa del Parlamento (Ma-jlis an-Nuwab, 150 seggi), è apparsa ai più come una sorta di referendum sulla monarchia e sul peso politico che i gruppi islamisti stanno acquisendo nel paese mediorientale, la cui complicata situazione geopolitica parla da sola: confina infatti ad ovest con Israele e la Cisgiordania, quest’ultima occupata con la Guerra dei Sei gironi nel 1967; ospita le pipeline che dalla siriana Homs portano il gas in Israele, lungo una linea retta che arriva fino ad Aqaba, sul Mar Rosso, a due passi dall’Egitto; a est ha l’Iraq e l’Arabia Saudita, a nord la Siria, le cui vittime per la guerra civile in corso hanno superato le 50mila unità. Sempre la Giordania, che ha una popolazione di neanche 6 milioni di abitanti (il 40% sono arabi palestinesi lì rifugiatisi nel 1948 e nel 1967) ed un tasso di disoccupazione del 13%, sta dando ospitalità a 160mila profughi siriani, 304mila profughi palestinesi suddivisi in 10 campi ed un numero indefinito di profughi iracheni.
Tuttavia, nonostante il marasma che la circonda, la Giordania è stata solo sfiorata dal vento della “Primavera araba” ed anche oggi le espressioni dei vari poteri organici o vicini allo Stato, come la Sicurezza e l’imprenditoria, e del mondo tribale sono riuscite a blindare l’istituzione monarchica, lasciando i Fratelli musulmani, che comunque avrebbero perso le elezioni, al di fuoridal Parlamento: “quella di ieri è stata una messa in scena – si legge in una nota diffusa dal gruppo islamista – conclusasi con un fallimento. I numeri ufficiali sono falsi e in realtà l’affluenza è stata molto bassa”.
Il dialogo fra re Abdallah e i Fratelli musulmani è praticamente inesistente, anche perchè questi accusano il sovrano di non sostenere i loro compagni di partito siriani nella lotta contro Bashar al-Assad; va comunque detto che il re giordano, a differenza del presidente siriano, ha avviato alcune riforme di carattere costituzionale ed economico e che la stessa moglie di Abdallah, la palestinese Tulkarem Rania al-Yasin, è conosciuta per la sua attività in favore delle donne musulmane e contro la discriminazione sessuale, mentre è criticata dai musulmani più integralisti per i suoi comportamenti molto vicini alla cultura occidentale.
Dietro alla contestazione del re della Giordania, che, come il re del Marocco è riconosciuto essere discendente del Profeta, alcuni vedono la longa manus del Qatar, paese che sta cercando di assumere un peso determinante nel panorama politicomediorientale al punto di aver strappato all’Egitto e all’Arabia Saudita quel ruolo che essi avevano di riconosciuti mediatori nelle diatribe internazionali.
Non è un segreto il fatto che i Fratelli Musulmani siano sostenuti e finanziati dal Qatar e proprio per tenere lontana l’influenza dell’emirato da casa propria, re Abdallah è stato più volte sul punto di mettere il movimento politico fuori legge; tuttavia, come ha dichiarato il numero due della Fratellanza musulmana giordana, “minacce di questo genere non ci spaventano, perché non è la prima volta che ci vengono rivolte. La questione della legittimità del nostro gruppo è stato un tema di discussione in passato anche in altri paesi arabi e in particolare in Egitto, dove il movimento è stato fuori legge per decine di anni. Eppure sono arrivati al potere. Metterci fuori legge non vuol dire eliminarci”.
Curiosità della tornata elettorale sono le 46 risse e scontri davanti ai seggi, in particolare tra gruppi tribali, ed i due membri dei Fratelli musulmani che non hanno aderito al boicottaggio e che sono risultati eletti: quasi certa l’espulsione dall’organizzazione.
Abbiamo voluto parlare della recente consultazione elettorale del 23 gennaio e più in generale di Giordania con il frascatese Marco Rotunno, classe 1984, laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università di Roma Tre ed impegnato da qualche anno nel paese mediorientale come capo-missione di una Ong spagnola, la Fundación Promoción Social de la Cultura (FPSC), una fondazione privata che dal 1987 si occupa di sviluppo umano, formazione e cultura in diversi paesi del mondo e che è fondatrice del Cemo, il Centro di studi sul Medio Oriente che tiene mensilmente seminari sul tema anche a Roma.
– La Giordania è un paese, per così dire, filo-occidentale: il voto di oggi rafforza tale concezione o la indebolisce?
“In realtà il voto non cambia assolutamente nulla in termini di relazioni internazionali, che siano filoccidentali o meno. É un’elezione di “circostanza”, organizzata per far vedere che in Giordania si vota. Ma non é cambiata la gente che c’era prima in Parlamento. Ne’ hanno votato elettori diversi da quelli che avevano votato anche in precedenza, ovvero un numero bassissimo, a dispetto delle statistiche che parlano di un milione e più di votanti. Personalmete non conosco nessuno che abbia votato. Tra l’altro il voto non esprime il Primo ministro, bensì viene eletto solo il Parlamento. Infatti è ancora il re designa il premier e che lo “suggerisce” al Parlamento, che poi lo vota. In sintesi, non cambia nulla“.
– I Fratelli musulmani hanno disertato le elezioni, perchè?
“Fin dall’inizio della “Primavera giordana” (marzo 2011), i Fratelli musulmani chiedono la riforma della legge elettorale, che attualmente é ancora alla “one man”, cioé in ogni distretto c’é un numero di candidati che non riflette la demografia. Si hanno, in pratica, gli stessi candidati per Amman, città con quasi 3 milioni di abitanti, e Tafileh, che ne ha 39mila. Tale scelta serve a “pacificare” le famiglie che appoggiano il re, che sono giordane: i giordani sono meno del 30% della popolazione e se non ci Fosse questo modo di votare, perderebbero i pochi vantaggi che hanno di appartenere a tale etnia“.
– Vi sono molti palestinesi: come si rapportano i giordani con loro? La convivenza è pacifica?
“I giordani si comportano normalmente con i palestinesi, almeno fino a quando non vengono intaccati i loro privilegi, come i posti di lavoro riservati per i soli giordani, come nell’esercito e nella pubblica amministrazione. I palestinesi non si sentono giordani, ma questo é un fattore culturale, dovuto all’attaccamento alla propria terra d’origine tipico della cultura araba. In generale, i palestinesi non hanno quasi partecipato alle manfestazioni o alle elezioni, proprio perchè si sentono poco giordani e quindi disinteressati alla vita politica di uno Stato non “loro””.
– Che progetti ha la Giordania per la Cisgiordania?
“La Giordania non sembra avere progetti per la Cisgiordania, pur schierandosi con la soluzione dei due popoli, due Stati. Tra l’altro non sembra neanche fattibile un ritorno di massa di tutti i palestinesi in Palestina. La Giordania sostiene la causa palestinese da sempre, pur riuscendo a mantenere buoni rapporti con Israele“.
– Attualmente la Giordania ospita quasi 160mila profughi siriani: è un’emergenza che Amman riesce a genstire? E’ suppportata dalla comunità internazionale?
“I numeri sono molto più alti: ad oggi i rifugiati sono 320mila. Solo ieri ne sono arrivati 10mila.
La situazione sta diventando ingestibile. Ci sono tre campi profughi, ma sono solo punte di iceberg, in quanto la maggior parte vive nelle case di parenti e di conoscenti, o in affitto o in alloggi occupati. Amman tenta di gestire la situazione, così come l’Unhcr, che coordina l’emergenza, ma non ci riesce. Si tratta di un dramma spropositato, tanto che si prevede che i profughi siriani arrivino a mezzo milione antro giugno… su neanche 6 milioni di abitanti dell’intera nazione. Consideri anche che vi è un altro mezzo milione di iracheni… e poi ancora i palestinesi.
Serve molto aiuto, ma solo a poche ong é permesso entrare nei campi, tutto è supercontrollato“.
– Che rapporti ha la Giordania con Israele? E con l’Iran?
“Con Israele ottimi rapporti, anche in termini di intelligence: forse proprio per questo non é ancora iniziata una vera e propria “Primavera giordana”.
Con l’Iran le relazioni sono quasi nulle: l’Iran é un paese sciita, la Giordania è sunnita, come tutte le nazioni del Golfo; inoltre qui non c’é alcuna minoranza sciita, come nel caso della Siria e del Libano. Ciò non vuole dire che la Giordania sia “contro” l’Iran, anzi, la sua politica consiste nell’andare un po’ d’accordo con tutti; recentemente i due paesi si sono incontrati per discutere di cooperazione energetica“.

