di Giuseppe Gagliano
Il primo rimpasto del governo guidato da Jafar Hassan, approvato dal re Abdullah II, ha cambiato i connotati dell’esecutivo giordano. Dieci ministri dimissionati, otto volti nuovi al primo mandato, un dicastero abolito. Operazione condotta con discrezione estrema: né i ministri uscenti né i nuovi nominati sapevano del cambiamento fino all’annuncio ufficiale. Un segnale chiaro: il premier vuole un “team di modernizzazione” composto in gran parte da tecnocrati, capace di accelerare progetti rimasti indietro rispetto agli impegni assunti.
Il nuovo esecutivo riduce la presenza politica diretta: sopravvive un solo ministro di partito, quello della Carta Nazionale, mentre le altre forze politiche – dai riformisti di Irada agli islamisti del Fronte d’Azione Islamico – restano fuori. È un ridimensionamento dell’influenza parlamentare a favore di figure tecniche, funzionali a una governance rapida e meno soggetta ai compromessi partitici. Ma la scelta potrebbe indebolire la percezione di rappresentanza democratica e alimentare frizioni con l’aula.
Dietro questa virata c’è anche una logica economica. La Giordania affronta un contesto di crescita lenta, alto tasso di disoccupazione giovanile e necessità di attrarre investimenti esteri. Ministeri chiave come Trasporti, Turismo, Investimenti e Agricoltura passano a figure con esperienza gestionale più che politica, nella speranza di imprimere efficienza a settori strategici. La sfida sarà trasformare questa “cura tecnocratica” in risultati visibili: infrastrutture moderne, filiere agricole competitive, turismo di qualità, capitali stranieri.
Sul piano strategico, la stabilità interna della Giordania è un tassello fondamentale per l’equilibrio mediorientale. Amman resta un partner cruciale per Stati Uniti, Unione Europea e monarchie del Golfo, sia come intermediario diplomatico che come cuscinetto geografico in una regione ad alta instabilità. Un governo snello e tecnico potrebbe reagire più rapidamente a crisi regionali, ma rischia di trovarsi con minori anticorpi politici se le tensioni interne dovessero salire.
L’approccio tecnocratico di Hassan si inserisce in un contesto geopolitico in cui la Giordania deve bilanciare rapporti con blocchi contrapposti: alleati occidentali, partner arabi e necessità di mantenere canali aperti con Israele e con l’Autorità Palestinese. Sul fronte geoeconomico, la priorità è attrarre fondi e progetti dal Golfo e da istituzioni multilaterali, sfruttando la reputazione di Paese stabile ma dimostrando capacità esecutiva. Un fallimento su questo fronte potrebbe ridurre la fiducia degli investitori e lasciare spazio a competitor regionali.
Il rimpasto è un segnale di efficienza ma anche un azzardo politico: tagliare fuori i partiti può velocizzare le decisioni, ma rischia di incrinare il consenso parlamentare. Se i nuovi ministri riusciranno a rispettare i tempi e a produrre risultati tangibili, la Giordania potrebbe presentarsi come modello di modernizzazione rapida in un contesto regionale fragile. In caso contrario, il governo Hassan potrebbe trovarsi isolato, privo di una solida rete politica su cui contare.




