MALABO — Legato, incappucciato, colpito con le canne dei fucili mentre gli agenti pretendevano di sapere dove avesse nascosto il telefono. È il racconto che uno dei migranti deportati dagli Stati Uniti in Guinea Equatoriale è riuscito a far arrivare domenica ai suoi legali, aggirando la sorveglianza dei suoi carcerieri. Non è un caso isolato.

Almeno 66 «cittadini di Paesi terzi» sono stati trasferiti dall’amministrazione Trump nel piccolo Stato petrolifero dell’Africa centrale, e molti di loro sono reclusi all’Hotel Bamy di Malabo, un albergo di proprietà della famiglia del presidente. Un’inchiesta del New York Times descrive uomini incappucciati e picchiati dalle forze governative, in una dimostrazione di potere «pensata per terrorizzare, umiliare e ridurre al silenzio». Non è chiaro se funzionari americani abbiano mai verificato come vengono trattati i deportati.

Le testimonianze più recenti le ha raccolte EG Justice, organizzazione con sede a Washington guidata dall’avvocato Tutu Alicante, insieme alla Commissione dei giuristi equatoguineani: due detenuti hanno contattato il team legale il 13 settembre. I numeri aiutano a capire la meccanica: dei primi 29 arrivati, almeno 17 sono già stati rispediti nei Paesi d’origine — angolani, camerunesi, eritrei, poi cubani e un brasiliano. Alcuni avevano ottenuto da un giudice americano la protezione dall’espulsione verso il Paese da cui erano fuggiti. Il passaggio per Malabo serve esattamente a questo: restituirli per via indiretta a chi li perseguitava, senza violare formalmente la sentenza.

L’albergo diventato prigione

Perché proprio la Guinea Equatoriale? Perché Malabo ha accettato, in cambio di 7,5 milioni di dollari, un accordo opaco chiuso nell’ottobre 2025 tramite l’ambasciata americana, dopo mesi di contatti con il vicepresidente — che è il figlio del presidente. L’Associated Press, che in maggio ha potuto avvicinarsi al Bamy Hotel, lo descrive così: un viale di palme, l’atrio in marmo, il ritratto del capo dello Stato dietro il bancone in mogano. Da novembre almeno 32 persone vi erano trattenute sotto pressione perché accettassero il rimpatrio. È lo stesso edificio dove le autorità avevano isolato un sospetto caso di Ebola.

Il flusso, intanto, non si è fermato. In agosto cinque persone che Washington tentava di espellere in Liberia si sono rifiutate di scendere dall’aereo a Monrovia — un volo partito dalla Louisiana, con scalo a Dakar — e sono finite anche loro in Guinea Equatoriale. Ai sei del gruppo, quattro cubani, un brasiliano e una camerunese, era stato detto che stavano tornando negli Stati Uniti. Il Dipartimento per la Sicurezza interna, il ministero dell’Interno americano, difende la linea: sono stati «deportati verso un Paese terzo sicuro». E ancora: «Se un giudice stabilisce che un clandestino non ha diritto di stare in questo Paese, lo rimuoviamo. Punto».

Sulla carta le garanzie esistono. In una nota verbale del 2 ottobre 2025 Malabo si impegnava a non sottoporre i trasferiti «a persecuzioni per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale od opinione politica, né a tortura». Ma il 25 febbraio un tribunale federale — il primo grado della giustizia americana — ha dichiarato illegittima l’intera politica dei rimpatri verso Paesi terzi, con un passaggio rimasto celebre: «Non va bene, e non è nemmeno legale». L’amministrazione ha fatto appello e la sentenza è sospesa. A giugno una coalizione di avvocati ha portato il caso di 14 deportati davanti alla Commissione africana dei diritti dell’uomo, denunciando una detenzione «arbitraria e a tempo indefinito».

Resta il padrone di casa. Teodoro Obiang Nguema Mbasogo governa dal colpo di Stato del 1979 ed è il capo di Stato in carica da più tempo al mondo: nel suo Paese non esiste una magistratura indipendente, e detenzioni arbitrarie, torture ed esecuzioni extragiudiziali sono documentate ogni anno dai rapporti del Dipartimento di Stato americano — lo stesso che ha firmato l’accordo. Quarantasette anni dopo il golpe, il suo ritratto sorveglia dal bancone in mogano anche i deportati di Washington.