WASHINGTON — Due anni fa la giunta militare del Niger definì «illegale» la presenza dei soldati americani e ne ottenne il ritiro, un migliaio di uomini fatti uscire dal Paese senza troppe cerimonie. Oggi gli stessi Stati Uniti finanziano con un massimo di 414 milioni di dollari il più promettente progetto minerario nigerino. I soldati no, i dollari sì.

La decisione porta la firma della Development Finance Corporation, l’agenzia federale statunitense per la finanza allo sviluppo, che ha approvato una linea di debito per il progetto Dasa, il giacimento che la società sviluppatrice definisce quello di uranio a più alto tenore dell’Africa. L’annuncio è arrivato mercoledì con un comunicato della Global Atomic, gruppo minerario canadese quotato alla Borsa di Toronto, e lo riferisce Reuters. Il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio.

Perché Washington finanzia una miniera canadese in un Paese governato da golpisti che si affidano ai paramilitari russi? Perché l’uranio, inserito l’anno scorso nella lista americana dei minerali critici, rischiava di finire nell’orbita di potenze rivali. Secondo fonti vicine al dossier, l’ambasciatrice americana a Niamey, Kathleen FitzGibbon, ha spinto per ricucire con la giunta dopo l’insediamento dell’amministrazione Trump, con la sua predilezione per gli affari conclusi in fretta anche in Africa. La svolta è maturata quest’estate, quando l’amministratore delegato di Global Atomic, Stephen Roman, è volato a Washington per sciogliere gli ultimi nodi che bloccavano l’approvazione.

C’è un secondo cortocircuito, e non è minore: a beneficiare del denaro pubblico americano è un’azienda canadese, proprio mentre Stati Uniti e Canada si combattono a colpi di dazi. Chi conosce la pratica la legge come un raro punto di distensione tra i due vicini — la geologia, a volte, batte la politica commerciale.

Il conto lo paga Parigi

A restare fuori dalla partita è la Francia. Orano, il gruppo minerario a controllo statale che per decenni ha dominato l’uranio nigerino, ha perso i suoi asset principali: la giunta ha trasferito a una società di Stato la miniera che il gruppo gestiva, e Orano ha risposto avviando un arbitrato internazionale. In ballo ci sono anche scorte contese: mille tonnellate di yellowcake, il concentrato di uranio, stoccate in una base militare, secondo il Financial Times. La sequenza è nota: colpo di Stato nel 2023, espulsione dei soldati francesi nell’ottobre dello stesso anno, ritiro americano nel 2024, e poi l’arrivo dei paramilitari russi a garantire la sicurezza del regime. Il messaggio della linea di credito è chiaro: dove Parigi ha perso tutto, Washington prova a rientrare dalla porta dell’economia.

Ma il Niger resta un terreno minato. Gli attacchi jihadisti contro governo e forze di sicurezza si sono moltiplicati nell’ultimo anno. A fine agosto militari ammutinati hanno assaltato una base aerea chiave, la presidenza e altri siti sensibili di Niamey; la giunta ha accusato la Francia di aver orchestrato la rivolta, Parigi ha negato. Il 13 settembre è arrivato un rimpasto ai vertici dell’esercito. Il governo nigerino, interpellato sul finanziamento, non ha risposto.

Resta il problema di far uscire l’uranio da un Paese senza sbocco al mare. Global Atomic studia un corridoio verso nord, attraverso l’Algeria e il Sahara — e non è un’ipotesi campata in aria: Algeri ha inviato aerei in soccorso della giunta durante il tentato golpe estivo, segno di rapporti in via di riscaldamento. Nel Sahel dove le bandiere occidentali sono state ammainate una dopo l’altra, gli Stati Uniti scommettono che un assegno arrivi dove i soldati non possono più stare.