di Giuseppe Gagliano –
La Grecia non propone più un modello di gestione, ma un paradigma di espulsione. Con la presentazione del suo piano “più severo mai proposto a livello UE”, il governo di Atene segna una svolta strategica nella politica migratoria europea. Al centro: centri di rimpatrio extraterritoriali, respingimenti accelerati, sorveglianza elettronica e l’estensione della definizione di “Paese terzo sicuro” fino a svuotare, di fatto, l’asilo politico del suo significato originario.
Il nuovo ministro greco per la Migrazione, Thanos Plevris, ha trasformato il tavolo del Consiglio dei ministri dell’interno a Copenaghen in una piattaforma di promozione per il proprio progetto, che prevede la creazione di centri di trattenimento fuori non solo dall’Unione, ma addirittura dal continente europeo. Albania, Libia e Tunisia, tutte con precedenti rapporti migratori con l’Italia, sono le destinazioni suggerite. Il messaggio è chiaro: i migranti devono essere trattenuti il più lontano possibile, prima ancora che raggiungano il suolo europeo.
Il piano greco è accompagnato da una proposta legislativa che rende più severe le pene per l’immigrazione irregolare, limita i benefici per i richiedenti asilo e introduce misure di sorveglianza digitale. Parallelamente, Atene ha anche modificato i parametri dell’accoglienza, arrivando a ridurre i pasti nei centri per migranti in funzione dissuasiva. Una strategia che punta a rendere l’Europa meno attraente e a trasferire la responsabilità della gestione dei flussi migratori a Paesi terzi mediante incentivi finanziari e accordi bilaterali.
La posizione greca non è isolata. Austria, Francia, Germania, Repubblica Ceca e Polonia hanno firmato una dichiarazione congiunta per rafforzare i rimpatri e i controlli alle frontiere. La Commissione Europea, pur mantenendo un profilo tecnico, ha ammesso che il Patto sulla Migrazione necessita ancora di elementi fondamentali, tra cui una revisione del concetto di “Paese sicuro” e una base legale per la costruzione di centri esterni. È in questo vuoto normativo che le proposte radicali trovano spazio e consenso.
La Danimarca, da parte sua, ha sottolineato l’urgenza di affrontare un dato inquietante: solo un quarto dei migranti a cui viene negata la protezione internazionale viene effettivamente rimpatriato. Un fallimento sistemico che ha accelerato la trasformazione del diritto d’asilo in una questione di gestione securitaria, fondata su deterrenza, esternalizzazione e uso flessibile dei principi internazionali. La Grecia, ad esempio, ha sospeso l’esame delle domande di asilo dei migranti provenienti dal Nord Africa, avviando rimpatri forzati senza registrazione.
Sullo sfondo la pressione demografica resta alta: nel 2024 oltre 60mila migranti sono arrivati in Grecia, e l’andamento del 2025 è in crescita. Le rotte via mare si stanno spostando verso il Mediterraneo centrale, più pericoloso ma meno sorvegliato. Le navi della marina greca vengono ora schierate al largo della Libia con lo scopo esplicito di “lanciare un messaggio” ai trafficanti. Il linguaggio della guerra ibrida è sempre più applicato alla migrazione: la Polonia accusa Russia e Bielorussia di usare i migranti come strumenti di destabilizzazione, giustificando così barriere fisiche, sospensioni dell’asilo e controlli alle frontiere con la Germania.
L’Europa si sta trasformando. Non più continente di accoglienza, ma fortezza normativamente blindata, pronta a esternalizzare il problema con mezzi sempre più rigidi. Il caso greco, lungi dall’essere una deviazione, diventa un laboratorio. E la riforma del Patto UE sull’Asilo rischia di diventare il veicolo con cui la sicurezza prenderà definitivamente il posto della protezione.
Quella che sta emergendo non è una politica migratoria europea, ma una geopolitica della chiusura: gli accordi bilaterali diventano armi di negoziazione, le coste meridionali si trasformano in teatri di contenimento, il diritto si piega all’opportunità. Il diritto d’asilo, nato per garantire sicurezza alle persone, rischia di essere il primo diritto smantellato in nome della sicurezza degli Stati.




