di Giuseppe Gagliano

In un contesto sudamericano sempre più attraversato da tensioni regionali e movimenti strategici, la piccola Guyana torna al centro della scena internazionale, decisa a trasformarsi da Stato periferico in avamposto di stabilità e deterrenza. Il motivo? L’antico e mai sopito contenzioso con il Venezuela sul territorio dell’Essequibo, una disputa coloniale che oggi si rianima sotto forma di sfida geopolitica.

Il generale Omar Khan, comandante della Guyana Defence Force (GDF), ha annunciato un programma strutturato di rafforzamento delle capacità militari, lasciando intendere che Georgetown non intende farsi cogliere impreparata di fronte a un eventuale irrigidimento delle posture venezuelane. La dichiarazione arriva nel corso del nuovo programma televisivo governativo Safeguarding Our Nation, un titolo che è già una dichiarazione d’intenti. Khan ha ribadito che la disputa sarà gestita — almeno formalmente — nei binari della diplomazia e della legalità internazionale, ma ha anche affermato che la deterrenza militare è una componente irrinunciabile della strategia nazionale.

Dietro la cortina delle dichiarazioni ufficiali, si cela una realtà ben più tesa. Il Venezuela non ha mai riconosciuto la validità del lodo arbitrale del 1899, che assegnava il territorio all’allora colonia britannica, e da anni cerca di riscrivere la storia attraverso mosse simboliche e provocazioni. Il più recente tra questi atti è l’istituzione unilaterale della “Guayana Esequiba” e l’elezione di un “governatore” simbolico, Neil Villamizar, durante un referendum tenutosi nel maggio 2025. Una mossa che Caracas presenta come legittimazione popolare, ma che a Georgetown appare come propaganda muscolare utile soprattutto a fini interni, nel solco del chavismo declinante.

La risposta guyanese non è però improvvisata. Secondo quanto dichiarato da Khan, negli ultimi cinque anni gli investimenti nel comparto difesa sono cresciuti dell’800%. Risorse destinate a modernizzare la GDF attraverso nuovi sistemi radar, una nave da pattugliamento oceanico e infrastrutture in grado di sorvegliare sia lo spazio aereo che la zona economica esclusiva. Una corsa al rafforzamento che, in un Paese di appena 800mila abitanti, segnala un cambiamento di paradigma: da Stato debole a Stato strategico.

La Guyana sa bene di non poter competere, numeri alla mano, con la potenza militare venezuelana. Ma la sua forza non risiede nelle proporzioni: sta nella rete di alleanze che Georgetown ha saputo tessere con attori ben più influenti. Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Brasile e l’intera Comunità Caraibica (CARICOM) rappresentano l’ombrello sotto cui la Guyana cerca oggi protezione e legittimazione. In una fase in cui il Venezuela, isolato sul piano diplomatico e fragile internamente, cerca sbocchi esterni alla crisi economica e politica, l’Essequibo può diventare non solo simbolo di sovranità ma anche strumento di distrazione di massa.

La Corte Internazionale di Giustizia, investita del caso nel 2018, ha invitato Caracas ad astenersi da nuove provocazioni. Ma il messaggio è rimasto lettera morta. Nelle comunità di confine si è già percepito il peso psicologico dell’ultimo referendum: chiusura di scuole, interruzione delle attività commerciali, famiglie in fuga verso la capitale. Segni inequivocabili di un’escalation silenziosa.

Sotto la superficie, infine, si muovono gli interessi energetici. Le acque dell’Essequibo, ricche di giacimenti offshore, rappresentano una posta in gioco tutt’altro che marginale. ExxonMobil, già presente con investimenti miliardari, osserva con attenzione. Perché oggi la difesa del territorio guyanese non è solo una questione di confini storici: è una partita che intreccia sovranità, risorse e scacchiere globali.