
di Marcello Beraldi –
Il dibattito internazionale sui conflitti contemporanei è spesso afflitto da semplificazioni eccessive, riducendo attori non statali a mere categorie di “terroristi” o “criminali”. Questa dicotomia, sebbene comprensibile di fronte alla violenza, rischia di oscurare le complesse radici politiche, storiche e legali che definiscono tali formazioni e le loro azioni. Per una comprensione esaustiva di un’entità come Hamas, è imperativo adottare un quadro analitico solidamente ancorato al diritto internazionale, in particolare ai principi inalienabili di autodeterminazione e al diritto alla resistenza contro l’occupazione.
La genesi di Hamas: dalla resistenza all’aspirazione governativa.
Il Movimento di Resistenza Islamica, Hamas, emerse nel 1987 contestualmente allo scoppio della Prima Intifada contro l’occupazione israeliana. Le sue origini sono profondamente intrecciate con la figura dello sceicco Ahmed Yassin e con le attività della Fratellanza Musulmana a Gaza, che fin dagli anni ’50 aveva costruito una vasta rete di moschee e organizzazioni sociali e caritatevoli. Sebbene la sua carta del 1988 invocasse la distruzione di Israele, un documento del 2017 ha mostrato una sua evoluzione pragmatica, tentando di moderare l’immagine del movimento e accennando all’accettazione dei confini del 1967.
La prospettiva della giornalista e storica italiana Paola Cariddi è illuminante in tal senso. Nel suo lavoro “Hamas: From Resistance to Regime”, Cariddi offre un “resoconto lucido” del movimento, descrivendolo come “intrappolato tra il desiderio di resistere al suo oppressore e la necessità di fornire sostegno a un popolo di rifugiati”. Le sue ricerche sul campo rivelano i “sentimenti complessi che i palestinesi provano nel sostenere un governo che appoggia la resistenza violenta”. Non a caso, Hamas ottenne la maggioranza nelle elezioni legislative palestinesi del 2006, facendo leva sulla promessa di un governo libero dalla corruzione e sostenendo la resistenza come mezzo per la liberazione della Palestina dall’occupazione. Questa dualità, tra un’agenda di resistenza armata e un ruolo di fornitore di servizi sociali e di governance, suggerisce che l’esistenza e il supporto popolare di Hamas non sono semplicemente una funzione di un’ideologia estremista, ma una conseguenza diretta della prolungata negazione dell’autodeterminazione e delle condizioni di occupazione subite dal popolo palestinese.
Il diritto internazionale e la legittimità della resistenza.
Il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese è ampiamente riconosciuto come una norma di jus cogens (imperativa) del diritto internazionale, un “prerequisito e precondizione” per l’attuazione di tutti gli altri diritti umani, confermato da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite. Strettamente legato a questo principio, il diritto internazionale riconosce il diritto alla resistenza, specialmente in situazioni di dominazione coloniale, occupazione straniera e regimi razzisti. La Risoluzione 2625 (1970) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha esplicitamente sostenuto un diritto a resistere alla “sottomissione dei popoli alla soggezione, dominazione e sfruttamento stranieri”, e la Risoluzione A/RES/38/17 (1983) ha riaffermato la legittimità della lotta dei popoli per la loro liberazione “con tutti i mezzi disponibili, inclusa la lotta armata”. Studiosi di diritto internazionale, come Ben Saul e Jan Hessbruegge, argomentano che questo diritto alla resistenza armata è legittimo se il diritto di un popolo all’autodeterminazione è stato negato con la forza, una definizione che si applica all’occupazione israeliana. L’evoluzione di Hamas da una posizione di puro rifiuto a un’entità più politicamente impegnata, suggerita dal suo statuto del 2017, indica un pragmatismo strategico all’interno del movimento.
Il contesto legale dell’occupazione e le asimmetrie della giustizia.
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, è una voce cruciale in questo discorso. I suoi rapporti e il suo libro “J’accuse” sostengono che l’occupazione israeliana costituisce un “regime coloniale-insediamentale e di apartheid”. La Albanese ha denunciato come numerose entità aziendali abbiano “tratto profitto dall’economia israeliana di occupazione illegale, apartheid e ora, genocidio”, contribuendo materialmente alla spossessione e allo sfollamento dei palestinesi. Le recenti sentenze della Corte internazionale di Giustizia (ICJ) hanno “affermato inequivocabilmente l’illegalità della presenza di Israele”, rafforzando l’argomentazione a favore del diritto del popolo occupato a resistere.
L’analisi della Albanese rivela una profonda connessione tra interessi economici e la violenza strutturale dell’occupazione, suggerendo che la resistenza non è solo una reazione al controllo militare, ma una risposta a un sistema completo progettato per l’estrazione economica e la sostituzione demografica.
Nonostante il diritto internazionale sia ambiguo riguardo all’uso della violenza da parte di gruppi armati per realizzare l’autodeterminazione, molti studiosi sostengono che i palestinesi abbiano il diritto alla resistenza armata, a condizione che la condotta di tale resistenza aderisca alle leggi di guerra. Ciò evidenzia un paradosso: mentre il diritto internazionale proibisce l’uso della forza agli stati e gli attori armati non statali, spesso mancano di una posizione legale esplicita per condurre una guerra, esso legittima anche la lotta dei popoli oppressi. L’etichetta di “terrorista”, spesso applicata dagli Stati, può quindi essere vista come uno strumento per delegittimare i movimenti di resistenza che sfidano l’ordine statocentrico esistente.
Paralleli storici: resistenza e rivoluzione.
L’analisi della resistenza palestinese si arricchisce notevolmente attraverso il confronto con precedenti storici di lotta contro l’oppressione e l’occupazione.
I movimenti partigiani europei durante la Seconda Guerra Mondiale, sebbene impiegassero sabotaggi, scioperi e guerriglia, mirando a obiettivi militari e strategici, sono universalmente riconosciuti come legittima resistenza contro una potenza occupante. Nonostante la violenza impiegata e le brutalità delle rappresaglie tedesche, i partigiani sono celebrati come eroi nelle narrazioni nazionali, la loro lotta vista come essenziale per la liberazione e l’autodeterminazione.
Analogamente la Rivoluzione Francese (1789-1790) vide il popolo insorgere contro l’aristocrazia e le politiche del re Luigi XVI. La violenza popolare, dall’assalto alla Bastiglia alle rivolte contadine, fu un elemento determinante nella riconfigurazione sociale che si andava determinando. Storici come Jack Censer e Lynn Hunt riconoscono che “la violenza popolare ha definito la Rivoluzione Francese” e “ha spinto la Rivoluzione in avanti”. Persino il “Regno del Terrore” (1793-94), sebbene estremo, fu una fase in cui il terrore autorizzato dallo stato fu utilizzato per smantellare il vecchio ordine, illustrando come la violenza rivoluzionaria, anche quando brutale, sia spesso considerata una componente necessaria di una trasformazione fondamentale della società.
Questi esempi storici convergono su un principio fondamentale: l’uso della violenza come “ultima risorsa” contro l’oppressione, quando tutti gli altri mezzi pacifici sono esauriti e le violazioni dei diritti umani sono “gravi, cruciali e severe”.
Il modo in cui la violenza viene classificata (“resistenza” o “terrorismo”) è spesso influenzato dall’esito finale del conflitto, dagli interessi politici delle potenze dominanti e dal controllo delle narrazioni storiche. I partigiani europei e i rivoluzionari francesi, pur avendo impiegato violenza, sono celebrati come resistenza legittima, mentre la violenza di Hamas è prevalentemente etichettata come “terrorista”. Questo evidenzia che la classificazione degli attori armati e delle loro azioni non è puramente oggettiva, ma anche un’etichetta politicamente carica volta a delegittimare la loro lotta.
Asimmetrie di giustizia e narrazione.
Le azioni di Hamas, in particolare gli attacchi contro civili israeliani e l’uso di infrastrutture civili per scopi militari, sono ampiamente condannate e violano il diritto internazionale umanitario. Tuttavia la condotta della controparte israeliana, sebbene oggetto di gravi accuse, gode spesso di un’ampia “giustificazione” da parte di settori significativi della comunità internazionale. Eppure sono innumerevoli le risoluzioni ONU ignorate da Israele, così come gli elementi oggettivi fatti di testimonianze oculari o filmati realizzati da soggetti neutrali (medici e giornalisti che non sono parte del conflitto) in cui si documentano atrocità immani compiute deliberatamente contro civili inermi spesso bambini. Nondimeno si registrano dichiarazioni ufficiali di membri di rilievi dell’esecutivo di Tel Aviv in cui si afferma la legittimità della pulizia etnica e, addirittura, il diritto allo sterminio degli arabi palestinesi spesso accomunati ad animali.
Di fronte a tutto questo non esistono sanzioni, né elementi volti all’isolamento di Israele, a differenza di quanto accade ad esempio con la Russia, da anni sanzionata e osteggiata dal blocco atlantico a causa dell’invasione brutale dell’Ucraina. Il doppio standard è un elemento costante, la narrazione domina i fatti e la loro connotazione giuridica.
Francesca Albanese ha apertamente criticato gli Stati Uniti e l’Europa per essere “soggiogati dalla lobby ebraica” e da un “senso di colpa per l’Olocausto”, il che li porta a “condannare gli oppressi, i palestinesi”. Questa disparità riflette non solo l’influenza di potenti lobbies e interessi nazionali che legano l’Occidente a Israele, ma anche una tendenza a privilegiare la sovranità statale rispetto ai diritti dei popoli sotto occupazione, anche quando questi ultimi sono riconosciuti dal diritto internazionale.
Verso una comprensione profonda della resistenza palestinese.
Hamas, il “Movimento di Resistenza Islamica”, deve essere compreso principalmente come un movimento di resistenza armata nato e sostenuto dalla prolungata negazione dell’autodeterminazione palestinese e dalle realtà di un’occupazione illegale e coloniale-insediamentale. Riconoscere questa natura, piuttosto che relegarlo esclusivamente alla categoria di organizzazione terroristica, richiede un cambiamento fondamentale nel discorso e nella politica internazionale. Ciò implica che affrontare le cause profonde, l’occupazione e la negazione dell’autodeterminazione, è cruciale per qualsiasi risoluzione sostenibile, poiché un approccio puramente securitario che ignora le giustificazioni politiche e legali della resistenza è destinato all’insuccesso.
La storia insegna che quando i popoli sono soggetti a oppressione prolungata, privati dei loro diritti fondamentali e senza vie pacifiche verso l’autodeterminazione, la resistenza, inclusa la lotta armata, diviene un esito quasi inevitabile. I paralleli con i partigiani europei e la Rivoluzione Francese sottolineano che il ricorso alla violenza da parte delle popolazioni oppresse, sebbene tragico e spesso carico di complessità morali riguardo alla condotta, è una caratteristica ricorrente delle lotte per la libertà e la sovranità. Comprendere Hamas all’interno di questo più ampio contesto storico e legale non significa condonare tutte le sue azioni, ma cogliere le profonde forze che ne modellano l’identità e il suo ruolo nella continua ricerca palestinese di giustizia e autodeterminazione.











