Il contrattacco quasi immediato della Repubblica Islamica contro le basi americane dislocate in vari Paesi del Golfo è stato tra gli eventi più significativi che hanno caratterizzato l’inizio del conflitto USA-Iran. Questi obiettivi sono stati colpiti duramente dalla rappresaglia iraniana, con la parziale eccezione dell’Oman, rimasto coinvolto solo marginalmente nell’escalation regionale.
La differente postura iraniana nei confronti del Sultanato è riconducibile a vari fattori, radicati nell’evoluzione storica del Paese. In primo luogo, in Oman le varie dinastie succedutesi al potere hanno sempre adottato in politica estera una strategia di mediazione e neutralità, a differenza di altre monarchie del Golfo, come Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein, storicamente schierate a fianco degli Stati Uniti.
In secondo luogo, il territorio omanita è privo di grandi basi militari statunitensi destinate a operazioni offensive. La presenza USA nel porto omanita di Duqm è infatti legata a una concessione per uso militare indiretto, dalla quale, almeno teoricamente, non dovrebbero partire attacchi militari diretti.
Il moderatismo in politica estera e il fatto di non considerare l’Iran una minaccia esistenziale hanno consentito all’Oman di conquistare la fiducia della Repubblica Islamica e di porsi come principale mediatore negli accordi sul nucleare tra Washington e Teheran.
Inoltre, il Paese ibadita è stato coinvolto dall’Iran nel proprio piano di gestione dello Stretto di Hormuz, con l’istituzione della “Persian Gulf Strait Authority”, l’agenzia governativa creata nel maggio scorso per formalizzare il controllo sul corridoio marittimo dopo l’acuirsi delle tensioni geopolitiche e dei conflitti nell’area.
Sotto il profilo tattico, dal punto di vista iraniano, il coinvolgimento dell’Oman aveva un duplice scopo: da un lato, presentarsi come un attore in grado di costruire ponti diplomatici con i Paesi considerati “rispettosi”; dall’altro, affiancare uno Stato costiero per dare maggiore risalto al tentativo di disciplinare giuridicamente Hormuz, con l’obiettivo dichiarato di eliminare la presenza statunitense dai propri confini.
Dal canto suo, l’Oman ha accettato di aderire all’iniziativa iraniana per difendere i propri interessi nello Stretto e, senza assecondare completamente le richieste di Teheran, ha sfruttato l’appoggio americano e il conflitto in corso per ottenere una maggiore leva negoziale nei confronti della Repubblica Islamica.
Coerentemente con tale approccio, l’Oman non ha posto ostacoli alla “rotta statunitense”, ossia al passaggio delle navi americane nelle proprie acque territoriali, mentre un punto di attrito tra i due Stati costieri ha riguardato il tema dei pedaggi. L’Iran ha sollecitato l’introduzione di pedaggi obbligatori per le navi in transito nello Stretto, a copertura dei servizi di sicurezza e tutela ambientale, mentre l’Oman si è opposto a una riscossione congiunta per evitare conflitti diplomatici con gli Stati Uniti.
Il nodo centrale era comprendere su quali punti concreti i due Paesi potessero giungere a un’intesa definitiva. La linea di compromesso emersa dal memorandum del giugno scorso prevedeva di dividere la gestione tra i due Stati costieri: la sponda omanita sarebbe stata utilizzata per le navi in uscita, sotto la gestione del Sultanato e con la supervisione della Repubblica Islamica, mentre la sponda iraniana sarebbe stata utilizzata per le navi in entrata, sotto il controllo di Teheran.
In concreto, la gestione del traffico in entrata da parte dell’Iran sarebbe servita a escludere dal transito le navi considerate ostili, mentre l’Oman avrebbe mantenuto il proprio ruolo di mediatore regolando i traffici in uscita. A causa delle frizioni sui pedaggi, sulle condizioni per lo sminamento dello Stretto e sulla sovranità del corridoio marittimo, l’intesa tra le parti non ha tuttavia avuto seguito.
Nel frattempo, il contenzioso USA-Iran si è spostato sul terreno economico, con Washington intenzionata a portare avanti una guerra d’attrito economica e sanzionatoria per imporre a Teheran costi superiori a quelli sostenibili.
È indubbio che il controblocco imposto dagli Stati Uniti su Hormuz abbia già causato una forte riduzione dell’export di greggio iraniano e un netto peggioramento degli indicatori economici del Paese: il valore del rial, la valuta ufficiale iraniana, è sceso notevolmente rispetto al dollaro, la disoccupazione ufficiale è salita al 9,1 per cento e il numero degli occupati è diminuito di circa 450mila unità rispetto all’anno scorso.
Inoltre, secondo una fonte citata dall’agenzia Reuters, le riserve di carburante in Iran potrebbero durare soltanto altri due mesi, poiché la capacità di raffinazione interna non sarebbe sufficiente a soddisfare la domanda.
È altrettanto innegabile, tuttavia, che il blocco comporti dei rischi per Washington e per gli alleati del Golfo. Messo alle strette sul piano economico, Teheran potrebbe scegliere di intensificare nel medio-lungo periodo le operazioni militari, anziché limitarsi alla ricerca di un compromesso, utilizzando le proprie scorte rimanenti di missili e droni per attaccare le infrastrutture degli Stati arabi del Golfo e colpire basi e navi statunitensi.
Tale opzione avrebbe inevitabili contraccolpi per gli Stati Uniti di Donald Trump. Per tutelare gli enormi investimenti nelle infrastrutture petrolifere, che costituiscono tuttora una fonte primaria di entrate statali, le monarchie del Golfo potrebbero uscire dalla coalizione con gli Stati Uniti o fare pressione su Washington affinché accetti le condizioni iraniane sulla riapertura dello Stretto.
Ciò indebolirebbe la posizione americana, poiché un’escalation di Teheran costringerebbe l’amministrazione Trump a intensificare le azioni militari, nonostante la sua riluttanza a farlo per due ragioni fondamentali.
La prima è che il regime iraniano ha mostrato una notevole resilienza di fronte a una massiccia campagna di bombardamenti americani. Una nuova offensiva, anche più aggressiva, potrebbe distruggere gran parte delle capacità militari residue dell’Iran e colpire duramente le sue infrastrutture energetiche, di trasporto e di comunicazione, ma difficilmente riuscirebbe a costringere Teheran ad accettare le condizioni statunitensi sulla riapertura dello Stretto o sulla riduzione del proprio programma nucleare.
La seconda ragione che giustifica il mancato ricorso statunitense a un’opzione militare ad alta intensità emerge dall’informativa che i vertici militari americani avrebbero presentato a Pete Hegseth, segretario alla Difesa. Secondo la ricostruzione del *Washington Post*, se Donald Trump decidesse di avviare nuovamente operazioni su larga scala contro Teheran, gli Stati Uniti vedrebbero indebolita la propria capacità di fronteggiare minacce in altri teatri e persino di rispondere a eventuali aggressioni sul proprio territorio.
In definitiva, l’attuale situazione di stallo tra Iran e Stati Uniti si fonda su un fragile equilibrio, la cui precondizione è che entrambe le parti evitino un’escalation militare prolungata. Finora il contenzioso, pur segnato da recenti episodi di attacchi massicci su entrambi i fronti, non è degenerato in una postura di guerra ad alta intensità. Il fattore decisivo, tuttavia, sarà il tempo.
Con il protrarsi della pressione statunitense sull’economia, per evitare il collasso l’Iran dovrà decidere quale delle tre possibili opzioni perseguire: negoziare un compromesso simile al precedente memorandum d’intesa, aumentare la posta in gioco attraverso azioni più aggressive oppure mantenere lo status quo, trovandosi in quest’ultimo caso in una posizione progressivamente più svantaggiata.
Sull’altro fronte c’è Donald Trump, che tra due mesi sarà sottoposto al giudizio degli elettori americani nelle elezioni di metà mandato e dovrà fare i conti con l’aumento dell’inflazione e dei prezzi dell’energia, con prevedibili conseguenze anche su scala internazionale. Due fattori che si aggiungono al mancato rispetto delle promesse formulate in campagna elettorale sulla fine dei conflitti globali in corso e sull’impegno a non iniziarne di nuovi.
In tale prospettiva, un passo falso su Hormuz potrebbe condizionare il resto del mandato di Trump e compromettere la sua leadership.



