OTTAWA — Wolfgang Alschner insegna diritto del commercio internazionale all’Università di Ottawa e da mesi ripete un’idea che fino a due anni fa sarebbe suonata come un’eresia in Canada: «Dovremmo davvero usare questa occasione per sostituire forzatamente le importazioni americane con importazioni non americane scelte strategicamente», ha detto all’emittente pubblica canadese CBC. La sua ricetta è semplice: «Dovremmo dire all’Unione europea: bene, quali sono le cose che potete venderci che gli Stati Uniti ci vendevano?».

L’idea del professore non è più un esercizio accademico. Il Canada, scrive il Washington Post, sta «corteggiando aggressivamente» nuovi partner commerciali mentre i rapporti con Washington precipitano, con un obiettivo dichiarato: raddoppiare entro il 2035 le esportazioni verso Paesi diversi dagli Stati Uniti. Un traguardo diventato urgente quest’estate, quando il presidente americano Donald Trump ha imposto dazi al 50% su una lunga lista di prodotti canadesi — e ha continuato a irritare i vicini suggerendo che il Paese diventi «il 51° Stato» americano.

L’escalation ha toccato il culmine nei primi giorni di settembre. Dopo il collasso dei negoziati dell’ultima ora, i dazi americani al 50% hanno colpito 27,6 miliardi di dollari di merci canadesi; Ottawa ha sospeso i colloqui e risposto con controdazi «dollaro per dollaro», in vigore dall’8 settembre. La rottura è totale. E la partita vera, per il governo canadese, non è più strappare un’esenzione: è ridisegnare la geografia del proprio commercio.

Il punto di partenza è una dipendenza quasi assoluta. Il Canada inviava agli Stati Uniti circa l’87-88% del proprio export di beni; il dazio medio effettivo sulle merci canadesi vendute nel mondo è passato dal 4,2 al 6,5%, calcola Scotiabank Economics, che parla di uno «spostamento generazionale» accelerato dalle mosse dell’amministrazione Trump. Il conto, intanto, lo pagano soprattutto gli americani: una mezza dozzina di studi mostra che l’incidenza dei dazi ricade su imprese e consumatori degli Stati Uniti.

Oro, Cina e porti pieni

Qualcosa si muove già. Il rapporto annuale di Transport Canada certifica che nel 2025 l’export verso gli Usa è calato mentre quello verso il resto del mondo è cresciuto, e i grandi porti hanno movimentato più traffico oltreoceano nonostante incendi, scioperi e l’instabilità dello shipping. Ma i guadagni fuori dagli Stati Uniti — li guidano soprattutto il Regno Unito, in gran parte per l’oro, e la Cina — poggiano su un insieme ristretto di materie prime che non compensa le perdite, avverte TD Economics. E finora ce l’hanno fatta solo le imprese che già esportavano altrove, con canali e infrastrutture pronti.

La Banca del Canada, l’equivalente della nostra Banca d’Italia, è ancora più netta nell’indagine sulle aspettative delle imprese: «Questo spostamento avverrà probabilmente in modo graduale. Trovare nuovi mercati e costruire nuove catene di fornitura richiederà tempo e sarà costoso». La fiducia degli esportatori risale — l’indice dell’agenzia pubblica di credito all’export è a 69,7, quattro punti in più in sei mesi — ma resta sotto la media storica. E la diversificazione è concentrata: molte città manifatturiere restano indietro.

C’è poi un paradosso tutto interno, che l’economista Trevor Tombe dell’Università di Calgary riassume in una cifra: se le province canadesi liberalizzassero il commercio tra loro, a partire dal riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali, il guadagno di produttività basterebbe a compensare un dazio generalizzato del 25%. Prima di conquistare l’Europa, insomma, il Canada deve unificare se stesso. Alschner lo sa: l’occasione c’è, la strategia — per ora — è ancora sulla carta.