Al vertice dei BRICS che si è svolto a Nuova Delhi il 12 e il 13 settembre, il presidente cinese Xi Jinping ha spiegato che il nuovo ordine, in cui il Sud del mondo non sarà più subalterno all’Occidente, dovrà essere multipolare. Che significhi esattamente questo termine nessuno lo ha mai spiegato. Solamente Kissinger, prima di morire quasi centenario, ce lo ha spiegato. Multipolare significa che il mondo dovrebbe essere diviso in zone e, in ciascuna zona, uno degli Stati che la compongono dovrebbe essere in grado di conciliare gli interessi di tutti gli altri. La politica dovrebbe essere una trattativa a oltranza: questo sarebbe l’unico modo per evitare guerre devastanti. La responsabilità degli Stati guida sarebbe appunto quella di fare di tutto perché non scoppi un conflitto fra una zona e un’altra zona. Ma lo stesso Kissinger enunciava le difficoltà che si incontrerebbero nel percorrere questa strada. In primo luogo, presuppone che i Paesi guida siano riconosciuti come tali da tutti gli altri. In secondo luogo, che essi siano in grado di non entrare in conflitto fra loro a tutti i costi; in terzo luogo, che gli interessi di tutti possano essere armonizzati come avviene fra gli strumenti di un’orchestra. Ma la realtà contraddice questa teoria, che chiameremo teoria della “zonizzazione”. Kissinger dimentica che un’orchestra suona all’unisono perché qualcuno ha scritto la musica che va eseguita e perché c’è un direttore d’orchestra al quale i musicisti guardano per non sbagliare tempi, pause e note. Purtroppo il mondo non è un’orchestra. La partitura la scrive la storia e il rumore di fondo della storia, fino ad oggi, sono state le guerre. Il principio della competizione, consacrato da ideologi, economisti e intellettuali degli ultimi secoli, ha una sacralità che non può essere messa in discussione. E la competizione è già una guerra che può svolgersi senza l’uso delle armi o, disgraziatamente, con l’uso delle armi. La partitura di questa orchestra immaginaria dovrebbe essere eseguita da tutti gli strumentisti, ma, ancora disgraziatamente, non è così. Se un violinista suonasse con uno strumento che ha due sole corde, non potrebbe andare insieme agli altri violini, che di corde ne hanno quattro. E non è il caso di precisare le grandi diversità ed esigenze che riscontriamo non in zone geografiche precise, ma in Paesi lontanissimi e diversissimi l’uno dall’altro. Ma soprattutto c’è un ostacolo che, a ben vedere, appare quasi insormontabile, e cioè i sistemi di valori che una volta si chiamavano ideologie, parola scomparsa in questi ultimi lustri. Tutti saranno d’accordo che ci sono diritti primari sul cui rispetto tutti saranno d’accordo. Nella Dichiarazione dei Diritti americana sono: la vita, la libertà e la ricerca della felicità. Ma, al di là delle dichiarazioni formali, nella realtà ciascuno vuole difendere i “suoi” diritti e poi, se è possibile, anche quelli degli altri. Possiamo parlare di diritto alla vita quando, a fronte di popolazioni falciate dalla fame e dalle malattie, vivono popolazioni che possono servirsi di tutto ciò che l’ingegno umano e la civiltà hanno lasciato loro in eredità? E se i dannati della terra tentano di attraversare una frontiera o un braccio di mare per godere dello stesso diritto alla vita che è in vigore dall’altra parte, respingerli può diventare un diritto se, per caso, accogliendoli, il diritto alla vita di chi ne può godere pienamente viene messo in discussione. Altro esempio: la giustizia. È giusto che ciascuno riceva dal sistema sociale ciò che ha meritato e che chi non ha meritato, non per sua colpa, sia portato a violare le leggi? Nel mondo occidentale, nel corso del Settecento, si affermò il principio secondo cui la libertà è intoccabile. Ma non si parlava di libertà dalla fame, dalle malattie, dall’ignoranza, dalla paura di essere sopraffatti dai più violenti. Era un altro tipo di libertà che giustamente si coniugava con la libera iniziativa, l’intelligenza, l’abilità, il coraggio, l’autorealizzazione, ecc. Chi non fosse stato messo nelle condizioni di esercitare azioni virtuose per la società sarebbe stato, nei fatti, condannato a essere privato di alcuni o di tutti i diritti. Ma questo nelle dichiarazioni dei diritti non è scritto, dal momento che va accettato fatalisticamente che non si nasce e non si vive tutti nelle medesime condizioni. Chi è benestante, ricco o ricchissimo deve avere la libertà di diventarlo ancora di più, anche se questo lascerà molti nella miseria. L’esperienza storica del XX secolo ci ha mostrato che può esistere la libertà di chi nasce e vive nelle condizioni di goderne sotto tutti i punti di vista. Ciò è avvenuto in quello che chiamiamo Occidente, mentre in quasi tutto il resto del mondo il tentativo di fare convivere libertà e reale parità fra i cittadini quanto ai diritti vitali è fallito dopo meno di un secolo. Questo è il vero punto di partenza di un mondo in cui non siano necessarie le guerre sul pianeta, per costruire una teoria che sia molto più utile di ogni teoria.
Il presidente Xi Jinping ha dichiarato solennemente che i BRICS staranno “dalla parte giusta della storia” e ha usato termini come cooperazione, pace ed equità. Forse si è dimenticato delle minoranze etniche che vivono nel suo immenso Paese in un regime che tenta di sradicarne le radici, ha dimenticato le minacce militari che la Cina rivolge ai Paesi che pretendono di mantenere la loro indipendenza e si è schierato con il capo di un grande Paese come la Russia, che ha fatto ribadire qualche giorno fa al suo portavoce, Dmitrij Peskov, che la guerra che insanguina l’Ucraina potrà finire solo se sarà accettata l’annessione a Mosca di quattro regioni del Paese.




