di Giuseppe Gagliano –
Un’adesione simbolica dal valore strategico
L’annuncio del 6 novembre, con cui il Kazakistan ha ufficializzato la sua adesione agli Accordi di Abramo, rappresenta un gesto apparentemente simbolico, ma denso di implicazioni geopolitiche. Astana intrattiene relazioni diplomatiche con Israele dal 1992, ma la scelta di entrare formalmente nell’iniziativa lanciata da Donald Trump nel 2020 proietta il Paese centroasiatico in una nuova dimensione diplomatica. Non si tratta solo di un atto di cortesia verso Washington: il Kazakistan scommette su un equilibrio fragile tra il mondo arabo-musulmano, la potenza statunitense e l’asse russo-cinese.
La decisione arriva in un momento in cui la Casa Bianca tenta di rilanciare gli Accordi di Abramo come strumento cardine della politica estera americana. Donald Trump, tornato al potere, intende riaffermare il suo protagonismo in Medio Oriente dopo la guerra di Gaza e le tensioni con l’Iran, presentando il “cerchio della pace” come un progetto globale di stabilizzazione. Il messaggio politico è chiaro: nonostante le accuse di crimini di guerra a Israele e la condanna internazionale, l’alleanza israelo-americana continua a espandersi. L’adesione di Astana permette a Trump di mostrare che la sua diplomazia resta capace di attrarre nuovi partner anche al di fuori del mondo arabo.
Per il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev, questa mossa risponde a un calcolo raffinato. Da un lato, rafforza i rapporti economici e tecnologici con Israele, da cui il Paese importa sistemi di irrigazione, droni e soluzioni di sicurezza informatica. Dall’altro, consolida il legame con Washington, che da anni guarda al Kazakistan come a un contrappeso strategico all’influenza russa e cinese in Asia centrale. Tuttavia, l’apertura verso Israele non rompe la tradizionale politica estera multi-vettoriale di Astana, fondata sul principio di equidistanza: il Kazakistan resta un membro attivo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e un partner chiave nell’Unione Economica Eurasiatica guidata da Mosca.
L’adesione agli Accordi di Abramo manda anche un segnale politico implicito a due attori regionali: la Russia e l’Iran. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Astana ha cercato di ridurre la propria dipendenza dal Cremlino, adottando una posizione più autonoma senza rompere con Mosca. L’apertura a Israele e agli Stati Uniti rafforza l’immagine di un Kazakistan sovrano e capace di navigare tra i blocchi. Nei confronti dell’Iran, invece, la mossa rappresenta una forma di cautela geopolitica: Astana sostiene la cooperazione energetica con Teheran ma non intende associarsi al fronte islamico radicale né legittimare la linea anti-israeliana.
Dietro l’aspetto politico, l’ingresso del Kazakistan ha una chiara dimensione economica. Gli Accordi di Abramo sono diventati una piattaforma per la cooperazione industriale e tecnologica, non solo diplomatica. Israele punta alle risorse energetiche e minerarie dell’Asia centrale, mentre Astana cerca accesso alle competenze israeliane in materia di difesa, intelligenza artificiale e sicurezza cibernetica. Il recente accordo tra Tokayev e il segretario di Stato Marco Rubio sui “minerali critici” — indispensabili per le catene di approvvigionamento di droni e batterie — ne è un segnale evidente.
L’adesione kazaka conferma la marginalizzazione della causa palestinese nel nuovo ordine mediorientale. Gli Accordi di Abramo, nati per normalizzare i rapporti tra Israele e gli Stati arabi aggirando la questione di Gerusalemme, hanno ormai ridefinito la diplomazia regionale. Nonostante le oltre 68.000 vittime palestinesi della guerra di Gaza, Paesi come Emirati, Bahrein e Marocco mantengono relazioni economiche con Israele. Il Kazakistan, pur non arabo, rafforza questo schema: una politica estera pragmatica che privilegia la cooperazione e gli investimenti alla solidarietà ideologica.
L’ingresso di Astana negli Accordi di Abramo non muterà la geografia della pace in Medio Oriente, ma amplia l’influenza americana nel cuore dell’Eurasia. Washington conquista un nuovo alleato simbolico in una regione cruciale per il transito energetico e per la competizione tecnologica con la Cina. Il Kazakistan, a sua volta, utilizza l’adesione per accrescere la propria visibilità internazionale e bilanciare le pressioni dei giganti confinanti. È la diplomazia della neutralità che si trasforma in geopolitica: un Paese senza accesso al mare, ma con una visione oceanica dei propri interessi.












