Il riconoscimento della Palestina: significati e prospettive

di Giuseppe Lai –

L’80ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal titolo “Better together: 80 anni e oltre per la pace, lo sviluppo e i diritti umani”, tenutasi a New York dal 23 al 29 settembre 2025, ha formalizzato il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Regno Unito, Canada, Australia, Portogallo e una decina di altri Paesi. Questa ratifica evidenzia probabilmente la più significativa ondata di riconoscimenti per la Palestina da oltre un decennio e si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione della comunità internazionale per l’evoluzione del conflitto israelo-palestinese, caratterizzato da atrocità e crimini commessi da Israele nella striscia di Gaza e perpetrati in palese violazione del diritto internazionale umanitario.
Data la portata storica di questo riconoscimento, può essere utile una disamina delle sue implicazioni e dei possibili sviluppi.
Un primo significato dell’iniziativa è etico-politico. In presenza di un evidente disastro umanitario provocato dalla degenerazione degli attacchi militari israeliani sulla striscia di Gaza, la mossa dei diversi Stati ha l’obbiettivo di isolare ulteriormente il governo Netanyahu, da tempo sotto pressione per “eccesso di legittima difesa” dopo gli eventi tragici del 7 ottobre. In tale ottica, assume una connotazione particolare la ratifica da parte dei quattro Paesi prima citati (Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo), storicamente vicini ad Israele. Nello specifico, il Regno Unito nel 1917 aveva annunciato con la dichiarazione di Balfour il suo sostegno per la formazione di un futuro Stato di Israele in Palestina e dopo 108 anni è arrivato il riconoscimento da parte inglese dello stato palestinese. La decisione del governo britannico è in linea con quella dei premier canadese, australiano e portoghese, secondo i quali la soluzione dei due Stati è un percorso necessario per una “pace e sicurezza durature”. Allo stato attuale, tuttavia, si tratta di una ratifica puramente discrezionale, una sorta di proclamazione simbolica in difesa del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Il primo ostacolo politico alla costituzione effettiva di uno stato palestinese è infatti l’attuale governo israeliano, che non solo nega apertamente la prospettiva dei due Stati ma sembra sempre più palese che l’obiettivo della sua azione a Gaza e in Cisgiordania sia quello di renderla di fatto impossibile. Dietro le sue affermazioni sulla necessità di debellare completamente Hamas si cela la vera finalità, quella dell’ annessione dei territori a seguito di parziale o totale espulsione della popolazione palestinese, ciò che nei fatti sta accadendo. Un’altra considerazione riguarda l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), l’interlocutore ufficiale dei Paesi che hanno optato per il riconoscimento. Ciò che la comunità internazionale considera il governo legittimo del popolo palestinese è di fatto un’entità parastatale che governa in modo semiautonomo alcune parti della Cisgiordania ma non la Striscia di Gaza, che dal 2007 è sotto il controllo di Hamas. L’ANP è una sorta di governo “ombra” depotenziato, corrotto, inefficiente e da tempo in crisi di credibilità che solleva molti dubbi sul fatto che possa gestire in modo efficace i territori palestinesi dopo una eventuale fine del conflitto. Si presenta infatti come l’esatto opposto dell’interlocutore affidabile in grado di incarnare la sovranità di questo nuovo Stato. In tal senso non si può negare il rischio che il riconoscimento formale della Palestina porti a una qualche forma di legittimazione per entità e situazioni che non si vorrebbero legittimare. Tra queste anche la diffusione del fondamentalismo di Hamas, che ha preso forza non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. Oltre agli aspetti politici del riconoscimento palestinese, una breve disquisizione si rende utile anche su quelli giuridici. Il riconoscimento da corpo all’intenzione di uno o più Stati di riconoscere un’entità come interlocutore nelle relazioni internazionali, fatto che dà maggiore forza alla transizione di quella entità verso uno Stato propriamente detto. Senza un riconoscimento, difficilmente si possono stringere accordi con altri Paesi, relazioni diplomatiche o partecipare alla vita delle organizzazioni internazionali che influiscono su questioni talvolta decisive dei Paesi stessi. Al tempo stesso, nella fattispecie del conflitto israelo – palestinese, il riconoscimento può influenzare i contendenti verso un’auspicabile cessazione delle ostilità e creare le condizioni per giungere a una soluzione diplomatica tra le parti. Con lo status di Stato riconosciuto, infatti, il contenzioso con Israele può essere interpretato come un conflitto tra due Stati, sottoposto alle regole del diritto internazionale incluso il principio dell’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza, sancito dalla Carta ONU e ribadito da due Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. C’è tuttavia da sottolineare che sul piano propriamente giuridico i formali riconoscimenti della Palestina da parte degli Stati di per se non sarebbero idonei a conferirle soggettività internazionale. Esiste un ampio consenso sul fatto che il riconoscimento è privo di effetti costitutivi della personalità giuridica di uno Stato, il quale la possiede solo se è dotato di un’organizzazione di governo che abbia il controllo di una data comunità territoriale in maniera effettiva e indipendente.
Nel caso della Palestina è difficile ammettere che tali requisiti sussistano. Ci si trova infatti di fronte a una situazione peculiare e contraddittoria. Sul piano delle relazioni esterne, la Palestina, considerata come Stato, è parte di vari accordi, è membro di talune organizzazioni e intrattiene relazioni diplomatiche con i numerosi Stati che la riconoscono.
In primis, è considerata Stato non membro con status di “osservatore permanente” dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. A questa proiezione internazionale della Palestina, ricca di una pluralità di “fattori di statualità”, a cominciare dalla capacità di concludere accordi con l’esterno, fa però riscontro una situazione interna nella quale non può rinvenirsi quella effettiva e indipendente capacità di governo richiesta per configurare uno Stato sovrano. È proprio la sovranità territoriale che non è possibile riconoscere, né in Cisgiordania, solo in misura ridotta soggetta al controllo e all’amministrazione dell’Autorità nazionale palestinese, né nella striscia di Gaza, sotto il controllo di Hamas.
Pertanto, non solo il territorio è attualmente indeterminato, essendo la presenza palestinese a Gaza e in Cisgiordania frammentata e non contigua, ma non vi è neppure un solido fondamento legale per l’esercizio della sovranità sui suddetti territori. Nell’attuale scenario politico, a ben vedere, questo si riflette inevitabilmente anche nelle relazioni internazionali. Infatti se l’Autorità palestinese detiene poteri limitati e quindi non è pienamente legittimata a sottoscrivere accordi con altri Stati, lo stesso può dirsi per un ipotetico Stato guidato da Hamas, che solleverebbe non poche perplessità circa il grado di indipendenza da potenze straniere, ad esempio l’Iran. La formazione dello Stato palestinese presuppone dunque il soddisfacimento di precisi requisiti, che attualmente non possono dirsi integrati. Ad oggi appare pertanto prematuro parlare di uno Stato e in tal senso il riconoscimento fa trapelare un paradosso. Mentre più di 150 Stati lo ratificano, sul territorio palestinese aumentano le macerie e le distruzioni ogni giorno che passa. Paradossalmente, dunque, il riconoscimento arriva quando la realtà fisica dello Stato palestinese è stata sostanzialmente demolita, rendendo tale procedura un atto di fede giuridica, un’utopia normativa o, se si vuole, un formalismo teorico che si scontra con il fatto concreto, riconoscendo non ciò che esiste ma ciò che “dovrebbe” esistere nella realtà e che è stato distrutto con la forza. Alla luce della complessità della situazione esistente è difficile prefigurare nel breve periodo una transizione pacifica per il popolo palestinese. Il riconoscimento ha avviato un percorso virtuoso ma questo dovrà essere supportato da un mutamento dello scenario geopolitico in grado di garantire l’effettività del processo di autodeterminazione della Palestina.