Il Sahel dopo la Francia: perché la Russia rischia di ereditare una guerra ingovernabile

di Daniele Di Vuono

Dopo il ritiro progressivo della Francia dal Sahel, Mali, Niger e Burkina Faso hanno cercato nuovi alleati, nuovi strumenti militari e una linea politica fondata sulla sovranità. La Russia si è inserita in questo spazio presentandosi come alternativa all’Occidente, partner delle giunte militari e sostenitrice di un ordine africano meno dipendente da Parigi. Ma il problema centrale resta irrisolto: il Sahel non è soltanto un teatro di competizione tra potenze. È una guerra frammentata, territoriale e politica, che rischia di logorare anche chi pensa di poterla controllare con la sola forza.
La fine della centralità francese non ha prodotto la fine dell’instabilità. Ha aperto una fase nuova, nella quale il vuoto lasciato da Parigi viene riempito da attori diversi, ma dentro una crisi che conserva le stesse radici: Stati deboli, eserciti sotto pressione, economie periferiche, jihadismo radicato e confini difficili da governare. La Russia può ottenere influenza, accesso e capitale simbolico. Ma rischia di ereditare lo stesso dilemma che ha consumato la presenza francese: combattere militarmente un conflitto che non nasce soltanto sul piano militare.
Per anni la Francia ha rappresentato il principale riferimento militare occidentale nel Sahel. L’intervento in Mali, iniziato nel 2013 con l’operazione Serval e poi proseguito con Barkhane, era stato presentato come una risposta necessaria all’avanzata jihadista verso Bamako. In una prima fase, Parigi apparve come il garante esterno capace di impedire il collasso dello Stato maliano. Nel tempo, però, quella presenza si è trasformata in un fattore di contestazione politica.
La promessa francese era apparentemente chiara: contenere il jihadismo, sostenere gli eserciti locali, stabilizzare l’area. La realtà ha mostrato un quadro più difficile. I gruppi armati non sono stati eliminati; si sono adattati, spostati, frammentati e radicati. Dal Mali la violenza si è estesa al Burkina Faso e al Niger, mentre la percezione dell’intervento francese è cambiata. In molti ambienti urbani e militari, Parigi ha iniziato a essere letta non come un alleato necessario, ma come una potenza postcoloniale incapace di vincere e non più legittimata a restare.
Le giunte militari hanno sfruttato questo sentimento. Hanno costruito la propria narrazione sulla rottura con la Francia, sulla denuncia dell’ingerenza occidentale e sulla promessa di recuperare sovranità. L’uscita di Mali, Burkina Faso e Niger dall’ECOWAS e la costruzione dell’Alliance of Sahel States vanno lette dentro questa trasformazione: non soltanto una scelta diplomatica, ma il tentativo di sostituire il vecchio quadro regionale con un blocco alternativo guidato da regimi militari.
In questo spazio è entrata la Russia. Mosca non si presenta nel Sahel con il linguaggio occidentale della governance democratica, dello sviluppo istituzionale o della cooperazione condizionata. Offre una formula più diretta: sostegno militare, addestramento, equipaggiamento, protezione politica e appoggio diplomatico. Per le giunte saheliane, questa proposta ha un vantaggio evidente: non impone lo stesso livello di condizionalità richiesto da partner europei, organizzazioni regionali e istituzioni occidentali.
La Russia offre alle giunte ciò di cui esse hanno più bisogno nel breve periodo: strumenti per restare al potere e per combattere un nemico che minaccia la sopravvivenza dello Stato centrale. In cambio ottiene influenza, accesso, prestigio anti-occidentale e la possibilità di mostrare che l’ordine francese può essere sostituito. La sua presenza, quindi, non è soltanto militare. È anche simbolica: Mosca si presenta come la potenza capace di entrare dove l’Occidente ha fallito.
Il limite di questa strategia è evidente. La Russia non arriva in un’area stabilizzata da amministrare, ma in uno spazio dove la forza dello Stato è disomogenea, il controllo territoriale è intermittente e le insurrezioni jihadiste hanno sviluppato notevoli capacità di adattamento. Mosca può rafforzare gli eserciti locali, ma non può cancellare le fratture sociali e politiche che alimentano l’insurrezione.
Uno degli errori più frequenti nell’analisi del Sahel è immaginare il jihadismo come una semplice presenza terroristica. Naturalmente esistono attentati, imboscate, massacri e operazioni armate. Ma in molte aree rurali i gruppi jihadisti sono anche poteri territoriali. Impongono tasse, regolano contese locali, controllano vie di transito, puniscono collaboratori dello Stato, negoziano con comunità marginalizzate e si inseriscono nelle economie informali.
Questo non significa che siano attori legittimi o popolari in senso pieno. Significa però che la loro forza non deriva soltanto dalle armi. Deriva dalla capacità di occupare spazi lasciati vuoti dallo Stato, sfruttare gli abusi delle forze di sicurezza, intercettare frustrazioni locali e trasformare il risentimento in controllo. Dove lo Stato arriva solo come esercito, e non come amministrazione, giustizia, infrastruttura o protezione, l’insurrezione trova margini per radicarsi.
Per questo una strategia puramente militare rischia di produrre effetti limitati. Le operazioni possono riconquistare temporaneamente aree, colpire cellule armate e mostrare la presenza dello Stato. Ma se non sono accompagnate da una presenza civile credibile, il territorio torna vulnerabile. Ancora più grave: quando le forze statali o i loro alleati commettono abusi contro i civili, i gruppi jihadisti possono presentarsi come difensori delle comunità colpite. In una guerra di legittimità, la forza non basta sempre a rafforzare lo Stato; talvolta, se usata male, rafforza il nemico.
Il Mali resta il caso più importante. È il Paese da cui è partita la crisi saheliana contemporanea e quello in cui la sostituzione del partner francese con quello russo è stata più evidente. Eppure il quadro di sicurezza resta fragile. Gli attacchi contro obiettivi militari, la pressione sui centri urbani e la capacità dei gruppi armati di muoversi attraverso confini deboli mostrano che il conflitto non è stato risolto dal cambio di alleanze.
Il dato politico è persino più rilevante di quello militare. Una giunta può rafforzare la propria posizione interna presentandosi come baluardo della sovranità nazionale. Ma se non riesce a garantire sicurezza, servizi e controllo effettivo del territorio, la sua legittimità si consuma. Il rischio per i regimi militari del Sahel è di trasformare la sovranità in un discorso potente ma insufficiente: utile per rompere con la Francia, meno efficace per governare villaggi, frontiere, periferie e regioni desertiche.
Per Mosca, il rischio è speculare. La Russia può apparire come vincitrice simbolica della ritirata francese, ma ritrovarsi progressivamente associata a governi incapaci di stabilizzare il territorio. In questo caso, il successo geopolitico iniziale può diventare un costo strategico. Non basta sostituire una bandiera con un’altra. Nel Sahel, chi sostiene il potere centrale finisce per condividere anche la sua fragilità.
Il Sahel post-francese non è dunque un semplice cambio di sponsor. È una trasformazione dell’ordine regionale. La Francia perde influenza, l’ECOWAS perde centralità, le giunte costruiscono un blocco alternativo e la Russia prova a consolidare una presenza che unisce sicurezza, diplomazia e competizione anti-occidentale. Ma la sostanza del conflitto resta: vaste aree fuori controllo, popolazioni in fuga, economie illegali, reti jihadiste mobili e Stati che faticano a governare il proprio territorio.
La Russia può ereditare parte dell’influenza francese, ma non può ereditare solo i vantaggi. Entrare nel Sahel significa entrare in una guerra nella quale ogni vittoria tattica rischia di essere provvisoria, ogni alleanza dipende dalla sopravvivenza di regimi fragili e ogni intervento militare si misura con problemi che precedono l’arrivo delle potenze straniere.
La questione decisiva non è più soltanto se Mosca riuscirà a sostituire Parigi. In parte lo ha già fatto, almeno sul piano politico e simbolico. La domanda vera è che cosa accade quando una potenza pensa di conquistare spazio geopolitico dentro una crisi che nessuno è riuscito a governare. Il Sahel può offrire alla Russia influenza, accesso e prestigio. Ma può anche trasformarsi in una trappola: abbastanza utile da entrarci, abbastanza complessa da non uscirne vincitori.