In Her Hands, il documentario che ci ricorda quanto siamo fortunati ad essere nati dalla parte giusta del mondo

di Samuele Lucia

«Sono seduta qui ad aspettare che arrivino. Non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Verranno per persone come me e mi uccideranno». Quando Zarifa Ghafari pronuncia queste parole, nell’agosto del 2021, il mondo che conosce sta finendo.
Fuori dalla sua casa, l’Afghanistan sta collassando. I Talebani avanzano verso Kabul quasi senza incontrare resistenza. Il governo sostenuto dall’Occidente si sgretola. Le istituzioni che per vent’anni avevano promesso una lenta ma possibile modernizzazione del Paese stanno scomparendo una dopo l’altra.
Dentro quella frase, però, c’è qualcosa di più della paura di una donna minacciata. C’è la consapevolezza di appartenere a una generazione che sta per perdere tutto.
È questa la chiave di lettura di “In Her Hands”, il documentario Netflix diretto da Tamana Ayazi e Marcel Mettelsiefen. A una prima visione potrebbe sembrare il ritratto di una giovane sindaca afghana costretta a vivere sotto minaccia. In realtà il film racconta qualcosa di molto più ampio: la fine di un progetto politico, sociale e culturale che aveva coinvolto milioni di donne afghane.
La protagonista è Zarifa Ghafari, una delle più giovani sindache dell’Afghanistan. Ma il documentario non parla soltanto di lei.
Parla di una generazione nata dopo il 2001.
Una generazione che aveva imparato a immaginare il proprio futuro attraverso l’istruzione.
Una generazione che aveva visto donne diventare insegnanti, giornaliste, avvocate, funzionarie pubbliche e amministratrici locali.
Una generazione che, per la prima volta nella storia recente del Paese, aveva iniziato a considerare la partecipazione femminile alla vita pubblica non come un’eccezione, ma come una possibilità concreta.
Il film documenta il momento esatto in cui quella possibilità viene rimessa in discussione.
Quando Zarifa Ghafari viene nominata sindaca di Maidan Shahr nel 2018, ha appena ventiquattro anni.
È giovane. È istruita. È una donna.
Tre caratteristiche sufficienti per trasformarla in un bersaglio.
La sua nomina scatena proteste immediate. Gruppi di uomini occupano il municipio per impedirle di assumere l’incarico. Le minacce arrivano quasi subito.
Il documentario mostra una realtà spesso ignorata dalle cronache internazionali: prima ancora dei Talebani, Zarifa deve affrontare la resistenza di una società che fatica ad accettare una donna in una posizione di potere.
Eppure non arretra.
Nelle immagini raccolte dai registi appare determinata, a volte ironica, altre volte stanca. Ma mai disposta a rinunciare.
La sua storia rompe molti stereotipi occidentali sull’Afghanistan. Non racconta una donna passiva che attende di essere salvata. Racconta una donna che prova a cambiare il proprio Paese dall’interno.
A distanza di anni dalla caduta di Kabul, “In Her Hands” continua a essere molto più di un semplice documentario. Non perché racconti una guerra o una crisi geopolitica, ma perché restituisce un volto umano a eventi che spesso vengono ridotti a titoli di giornale, statistiche o analisi politiche. Attraverso la storia di Zarifa Ghafari, lo spettatore assiste al crollo di un futuro che sembrava finalmente possibile per milioni di donne afghane.
La forza del film risiede proprio nella sua capacità di trasformare una vicenda individuale in una riflessione universale. Guardando Zarifa lottare per il proprio diritto di lavorare, amministrare una città e partecipare alla vita pubblica, siamo costretti a confrontarci con una realtà scomoda: molte delle libertà che consideriamo normali dipendono semplicemente dal luogo in cui siamo nati.
Noi siamo cresciuti in una parte del mondo in cui studiare, votare, esprimere le proprie idee o costruire una carriera rappresentano diritti consolidati. Per Zarifa Ghafari e per milioni di donne afghane, quelle stesse possibilità sono diventate una conquista da difendere ogni giorno.
Forse è proprio questo il messaggio più potente di In Her Hands. Il documentario non chiede pietà, non cerca compassione e non offre soluzioni semplici. Chiede soltanto di guardare. Di osservare ciò che accade quando i diritti vengono messi in discussione e quando un’intera generazione vede improvvisamente restringersi il proprio orizzonte.
Perché la storia di Zarifa Ghafari non riguarda soltanto l’Afghanistan. Riguarda tutti noi. Ci ricorda che la libertà non è garantita per sempre, che i diritti possono essere fragili e che ciò che oggi consideriamo normale potrebbe non esserlo domani. Ed è proprio per questo che “In Her Hands” non è soltanto il racconto di una donna coraggiosa, ma una testimonianza necessaria del nostro tempo.