di Giuseppe Gagliano –
Dopo tre anni di negoziati, Londra e Nuova Delhi hanno firmato un accordo commerciale che va ben oltre la riduzione delle tariffe su whisky e spezie. Keir Starmer e Narendra Modi, a Chequers, hanno suggellato una partnership che ambisce a trasformare l’asse economico euroasiatico e a rispondere, con pragmatismo e calcolo geopolitico, alle turbolenze scatenate dalla ridefinizione delle catene globali del valore.
L’intesa, che prevede un aumento stimato di 25,5 miliardi di sterline nel commercio bilaterale entro il 2040, è stata celebrata come il più importante successo economico britannico dal post-Brexit. Dietro i numeri si cela una realtà più articolata: la necessità per Londra di compensare le perdite dell’uscita dall’Unione Europea e, per l’India, di rafforzare il proprio status di potenza globale emergente attraverso legami preferenziali con le economie avanzate.
Nel cuore dell’accordo c’è la volontà di evitare l’isolamento. Per il Regno Unito, l’India rappresenta un bacino demografico e industriale in espansione, pronto a bilanciare le incertezze dei rapporti con Bruxelles e Washington. Per Nuova Delhi, la Gran Bretagna diventa un ponte verso l’Atlantico, un laboratorio per testare le proprie ambizioni commerciali prima di confrontarsi con l’Unione Europea o il blocco ASEAN.
La riduzione delle tariffe sui beni britannici, dal 15% al 3%, è solo la superficie. Il taglio progressivo dei dazi sui distillati e sulle automobili mira a liberare capitali e aumentare la penetrazione dei marchi britannici in un mercato di 1,4 miliardi di consumatori. Allo stesso tempo, il 99% delle esportazioni indiane, nella fattispecie tessile, agroalimentare e calzature, beneficerà di un accesso privilegiato al mercato UK. È una dinamica win-win solo in apparenza, perché in realtà si inserisce in un quadro molto più complesso, segnato dal ritorno al protezionismo strategico e dalla ridefinizione delle alleanze economiche.
Al di là delle dogane e delle statistiche, il patto include settori a forte impatto strategico: intelligenza artificiale, aerospazio, difesa, migrazione, salute. L’accordo non tocca i visti ma prevede corsie agevolate per gli operatori economici e l’eliminazione della doppia contribuzione previdenziale per i lavoratori temporaneamente dislocati. Sono segnali di una progressiva integrazione dei sistemi e delle competenze, che parlano il linguaggio del potere, non solo quello del commercio.
Il coinvolgimento del comparto difesa è tutt’altro che secondario. L’India, che negli ultimi anni ha rafforzato i legami militari con Stati Uniti, Francia e Israele, apre ora un canale stabile anche con Londra, potenzialmente utile per l’accesso a tecnologia militare, cooperazione marittima nell’Oceano Indiano e presenza condivisa in aree critiche come il Golfo del Bengala e l’Africa Orientale. Un’intesa commerciale, in questo contesto, può facilmente trasformarsi in piattaforma per future sinergie militari.
In ottica geopolitica, l’accordo assume un peso ben maggiore se letto nel quadro del confronto con la Cina. Londra, come già fatto da Washington e Tokyo, individua nell’India un partner con cui costruire un fronte economico, industriale e tecnologico in grado di ridurre la dipendenza da Pechino. Per Nuova Delhi, l’asse con il Regno Unito è un moltiplicatore di influenza: le consente di parlare al G7, penetrare nel cuore del Commonwealth, e rivendicare il suo status di “democrazia emergente” alternativa all’autoritarismo cinese.
Dal punto di vista britannico, si tratta anche di contrastare la progressiva erosione del proprio soft power. Con l’UE sempre più assertiva nei confronti dell’India e con gli Stati Uniti in fase elettorale, Londra ha voluto riprendere l’iniziativa. In questo senso, l’accordo non è solo un successo del Labour, ma una risposta necessaria alla deriva solitaria post-Brexit.
L’accordo India-Regno Unito è anche un esempio del nuovo regionalismo geoeconomico: accordi bilaterali, adattati agli interessi reciproci, flessibili e mirati, sostituiscono le grandi architetture multilaterali. Dopo il fallimento dell’OMC nel contenere le guerre commerciali e l’esaurirsi del progetto di globalizzazione classica, stiamo assistendo al ritorno di una logica “a blocchi”, non necessariamente geografici ma valoriali o strategici.
In questo contesto, l’India si propone come cardine di un sistema multipolare, capace di dialogare con Mosca, Pechino, Bruxelles e Washington senza farsi assorbire da nessuno. Il Regno Unito, dal canto suo, cerca una nuova funzione nel mondo: non più potenza egemone, ma facilitatore di equilibri tra vecchie e nuove potenze.
Narendra Modi ha paragonato il nuovo accordo a una partita di cricket: lunga, tecnica, a volte imprevedibile. Ma la metafora è più profonda di quanto sembri. Come nel cricket, ciò che conta non è solo il punteggio, ma la strategia di lungo termine, la capacità di adattarsi alle condizioni mutevoli, di leggere i segnali del campo.
Il patto India-UK non è la fine di un percorso, ma l’inizio di una trasformazione. Ridefinisce l’interesse nazionale come leva di cooperazione selettiva, fondata su affinità strategiche più che ideologiche. E conferma che, in un mondo dove le potenze medie cercano spazi tra i giganti, solo chi sa costruire relazioni articolate e multilivello potrà davvero contare.




