Iran. Avvertimento alla Giordania, ‘togliete il controllo agli Usa della base che intercetta missili e droni’

di Giuseppe Gagliano

La richiesta di un parlamentare iraniano ai giordani di prendere il controllo della base aerea di Muwaffaq Salti rimanda a un nervo scoperto nella sicurezza mediorientale: la presenza militare statunitense in territori alleati ma geograficamente esposti alla pressione iraniana. Attribuire a quella base un ruolo nell’intercettazione dei missili diretti verso Israele durante la guerra di giugno 2025 serve a Teheran per costruire una narrativa precisa: chi coopera con Washington e contribuisce alla difesa israeliana diventa parte del problema e dunque bersaglio politico, se non militare.
Il salto di qualità sta proprio qui. Non più critica diplomatica, ma invito esplicito all’azione contro personale statunitense. Una retorica che non implica automaticamente un piano operativo, ma che alza il livello dello scontro psicologico e prepara il terreno a eventuali pressioni indirette.
La risposta giordana è stata calibrata: niente rotture, ma riaffermazione della sovranità. Amman ha ribadito di non voler essere né campo di battaglia né piattaforma di attacco contro l’Iran. È la posizione tipica di uno Stato cerniera che vive di equilibri. La Giordania dipende dalla cooperazione militare e dagli aiuti occidentali, ma condivide con l’Iran la necessità di evitare un incendio regionale che travolgerebbe economie fragili e società già sotto pressione.
Difendere il proprio spazio aereo dalle incursioni di droni e missili iraniani viene presentato come autodifesa, non come schieramento politico. Teheran però legge queste mosse come sostegno di fatto a Israele. Qui si gioca la vera ambiguità strategica giordana: sicurezza nazionale da un lato, rischio di ritorsioni dall’altro.
L’arrivo di forze navali statunitensi nella regione e le dichiarazioni di prontezza delle forze iraniane compongono un classico schema di deterrenza. Ognuno mostra i muscoli per evitare di usarli. Le parole dei comandanti iraniani sulla prontezza al combattimento servono più a rafforzare la posizione negoziale che a preannunciare un conflitto diretto.
La base giordana, in questo quadro, ha valore soprattutto simbolico e tecnico: nodo di sorveglianza, intercettazione e coordinamento. Colpirla significherebbe allargare il conflitto agli alleati arabi moderati, cosa che l’Iran ha finora evitato preferendo strumenti indiretti e attori non statali.
Non a caso le diplomazie regionali si sono mosse. Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Turchia: tutti temono una guerra che metterebbe a rischio rotte energetiche, investimenti e stabilità interna. I colloqui previsti in Oman tra emissari statunitensi e iraniani indicano che, dietro la retorica, resta aperto il canale negoziale sul nucleare.
Il Medio Oriente di oggi non è quello delle guerre ideologiche a ogni costo. È uno spazio dove i governi calcolano il prezzo economico delle crisi. Una guerra regionale farebbe schizzare premi assicurativi, costi energetici e fuga di capitali. Troppo per economie impegnate in piani di diversificazione e modernizzazione.
La vera posta in gioco è la prevedibilità. Investitori e mercati reagiscono più all’incertezza che alla tensione in sé. La Giordania, snodo logistico e partner affidabile dell’Occidente, ha interesse vitale a restare zona di stabilità. L’Iran, sotto pressione sanzionatoria, ha bisogno di evitare un isolamento totale che bloccherebbe commercio e finanza.
Per questo la retorica aggressiva convive con la ricerca di mediazioni. La regione vive una fase in cui la forza militare è strumento di negoziazione, non fine immediato.
La crisi attorno alla base giordana mostra un Medio Oriente sospeso tra dimostrazione di forza e prudenza strategica. Tutti alzano la voce, pochi vogliono davvero sparare. Finché il costo economico della guerra resterà superiore ai benefici politici, prevarrà questa tensione controllata. Ma è un equilibrio sottile: basta un errore di calcolo perché la deterrenza diventi incendio.