di Giuseppe Gagliano

Nel 2025 i negoziati nucleari tra Iran e Stati Uniti, mediati dall’Oman, rappresentano un momento cruciale per la diplomazia globale, segnati da complessi equilibri interni e pressioni geopolitiche esterne. Questi colloqui indiretti, giunti al loro quinto round, riflettono le tensioni tra riformisti e conservatori iraniani, la leadership del presidente Masoud Pezeshkian, l’influenza del leader supremo Ali Khamenei e gli sforzi diplomatici del ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Questo articolo analizza l’approccio dell’Iran ai negoziati nucleari, le divisioni interne e le implicazioni per la stabilità regionale e globale, basandosi sugli ultimi sviluppi.

I negoziati tra Iran e Stati Uniti, facilitati dal ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi, mirano a limitare il programma nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, essenziale per un’economia iraniana in crisi. Dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) nel 2018 sotto la presidenza di Donald Trump, l’Iran ha subito sanzioni economiche devastanti, che hanno causato iperinflazione, svalutazione della moneta e carenze energetiche, alimentando proteste interne. I colloqui del 2025 cercano di rilanciare un accordo simile al JCPOA, ma il contesto politico, sia a Teheran che a Washington, è profondamente cambiato.

L’Iran si trova in una posizione complessa: la necessità di sollievo economico spinge verso il compromesso, ma le divisioni interne e la storica diffidenza verso gli Stati Uniti complicano il processo. Inoltre, l’influenza regionale dell’Iran, i suoi rapporti con i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) e le tensioni nello Stretto di Hormuz aggiungono ulteriori sfide.

Le dinamiche interne iraniane giocano un ruolo centrale nei negoziati. Riformisti e conservatori concordano sulla necessità di alleviare le sanzioni, ma divergono sull’approccio. I riformisti, rappresentati da Pezeshkian e Araghchi, spingono per un pragmatismo che consenta un accordo fattibile, anche a costo di concessioni limitate. I conservatori, vicini a Khamenei, adottano una linea più rigida, insistendo sulla difesa della sovranità nazionale e opponendosi a compromessi percepiti come cedimenti all’Occidente.

Entrambe le fazioni condividono l’obiettivo di preservare il programma nucleare come leva strategica e di garantire che qualsiasi accordo tuteli gli interessi iraniani. Tuttavia, i riformisti sono più aperti a una maggiore trasparenza e a negoziati diretti, mentre i conservatori vedono tali aperture come rischi per la sicurezza nazionale.

Il ruolo del presidente Pezeshkian

Eletto nel 2024, il presidente Masoud Pezeshkian si trova in una posizione delicata. Come riformista moderato, cerca di bilanciare la necessità di progressi nei colloqui con le pressioni dei conservatori e del leader supremo. Il suo mandato si concentra sul miglioramento delle condizioni economiche, un obiettivo che richiede la rimozione delle sanzioni. Tuttavia la sua autorità è limitata dalla struttura politica iraniana, in cui Khamenei detiene il potere ultimo.

Pezeshkian si è proposto come mediatore tra le fazioni, promuovendo un approccio che combini pragmatismo e rispetto dei principi rivoluzionari iraniani. La sua capacità di navigare queste tensioni sarà determinante per l’esito dei negoziati.

Il leader supremo Ali Khamenei rimane la figura dominante, con un’influenza decisiva sulla direzione dei colloqui. Ha espresso un sostegno condizionato agli sforzi di Pezeshkian, sottolineando che qualsiasi accordo deve rispettare i “limiti rossi” dell’Iran, tra cui il diritto a un programma nucleare civile e la garanzia di una revoca verificabile delle sanzioni. Khamenei ha anche lodato Araghchi per il suo approccio cauto ma risoluto, suggerendo un equilibrio tra dialogo e difesa degli interessi nazionali.

La sua posizione riflette una profonda sfiducia verso gli Stati Uniti, radicata nell’esperienza del ritiro dal JCPOA. Questa sfiducia si traduce in una richiesta di garanzie stringenti, che complicano i negoziati.

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è una figura chiave nei colloqui, agendo come principale negoziatore iraniano. La sua esperienza diplomatica gli ha permesso di mediare tra le aspettative dei riformisti e le richieste dei conservatori. Araghchi ha sottolineato l’importanza della mediazione omanita, che ha mantenuto aperto un canale di comunicazione con Washington nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche dirette.

Ha descritto i colloqui come “complessi ma costruttivi”, evidenziando progressi su questioni tecniche ma insistendo sulla necessità di garanzie da parte degli Stati Uniti. La sua strategia mira a mantenere l’Iran in una posizione di forza, evitando concessioni unilaterali.

I colloqui si inseriscono in un contesto geopolitico complesso. L’Iran sta cercando di rafforzare la sua influenza regionale, come dimostrato dai recenti impegni con i paesi del GCC, tra cui Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I leader di questi paesi hanno espresso un cauto sostegno ai negoziati, vedendoli come un modo per ridurre le tensioni regionali. Tuttavia l’Iran deve affrontare anche minacce di escalation, con le Guardie Rivoluzionarie che hanno avvertito di possibili azioni nello Stretto di Hormuz in risposta a pressioni militari statunitensi.

L’elezione di Donald Trump nel 2024 ha introdotto ulteriori incertezze. La sua amministrazione potrebbe spingere per condizioni più dure, rendendo difficile un accordo. Tuttavia, la mediazione omanita e il sostegno di alcuni alleati regionali offrono una possibile via d’uscita.

I colloqui nucleari del 2025 rappresentano una prova cruciale per l’Iran, chiamato a bilanciare ambizioni nazionali e pressioni internazionali. Le divisioni tra riformisti e conservatori, unite all’autorità di Khamenei e agli sforzi di Pezeshkian e Araghchi, modellano l’approccio di Teheran. Sebbene i negoziati offrano una speranza di sollievo economico, le sfide restano significative: dalla sfiducia verso gli Stati Uniti alle complessità regionali. Il successo dipenderà dalla capacità dell’Iran di mantenere l’unità interna e di sfruttare la mediazione internazionale per raggiungere un accordo che soddisfi le sue esigenze e quelle della comunità globale.