Iran. Dopo l’assassinio della Guida Suprema: stabilità o frattura?

di Shorsh Surme –

Realisticamente e in modo pragmatico, la risposta non è semplice. La Repubblica Islamica non è mai stata un sistema fondato su un singolo individuo, ma su una rete complessa di istituzioni di sicurezza, religiose e militari profondamente interconnesse.
Tuttavia, l’assassinio della Guida Suprema rappresenta un terremoto politico senza precedenti, capace di spingere il Paese verso una riorganizzazione degli equilibri interni e un ricalcolo delle sue priorità strategiche regionali. Il collasso del sistema non è inevitabile, ma non può più essere escluso.
In questo quadro emerge l’ipotesi che la guerra in corso stia superando la logica della deterrenza militare, avvicinandosi a un obiettivo strategico più ampio: indebolire il regime, forse persino rovesciarlo. Lo avevamo sottolineato fin dal primo scontro diretto tra Israele e Iran, e nuovamente dopo gli attacchi statunitensi contro gli impianti nucleari iraniani.
Un ulteriore segnale arriva dal discorso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu rivolto al popolo iraniano, nel quale ha invitato esplicitamente a cogliere quella che ha definito «un’opportunità che potrebbe non ripetersi», con un chiaro riferimento alla possibilità di un cambiamento interno.
Oggi non si tratta più di una serie di colpi mirati, ma di un confronto aperto e in espansione, con segnali di una rottura senza precedenti nell’equilibrio di potere del Golfo e del Medio Oriente. La domanda cruciale è: le istituzioni del regime resisteranno o la disintegrazione inizierà dall’interno?
Secondo la Costituzione, l’Assemblea degli Esperti eleggerebbe una nuova Guida Suprema, mentre la stabilità verrebbe garantita dalla Guardia Rivoluzionaria e dalle istituzioni statali. L’esito sarebbe la continuità del regime, con aggiustamenti tattici e messaggi rassicuranti alla comunità internazionale per evitare un’escalation.
Potrebbe emergere una competizione tra fazioni della Guardia Rivoluzionaria e correnti religiose sulla forma e sui poteri della futura leadership. L’esito sarebbe un’instabilità politica e di sicurezza limitata, con un temporaneo indebolimento dell’influenza regionale, ma senza il crollo dello Stato.
Proteste diffuse potrebbero coincidere con una spaccatura nell’establishment militare. L’esito sarebbe una transizione verso una nuova forma di governo, come una repubblica riformata o un consiglio di transizione, accompagnata da una ridefinizione della politica estera.
Il regno di Mohammad Reza Pahlavi terminò nel 1979. Oggi alcuni sostengono l’ipotesi di un ritorno del figlio, Reza Pahlavi, ma la sua lunga assenza dalla scena politica iraniana e il suo limitato coinvolgimento nelle vicende del Paese negli ultimi decenni rendono questa prospettiva poco realistica. Inoltre, il sistema monarchico precedente non era privo di repressione e violazioni dei diritti, elemento che rende difficile immaginare un ritorno a quel modello, soprattutto in un contesto in cui le istituzioni nate dopo la rivoluzione dominano ancora la struttura del potere.
Per quanto riguarda il contesto regionale, si profila una revisione del ruolo degli alleati locali in Iraq, Libano e Yemen alla luce del nuovo equilibrio di potere. Israele e Stati Uniti potrebbero invece attendere l’evoluzione del processo di successione prima di decidere il livello di escalation o di contenimento.
L’Iran è già entrato in una nuova fase. Le domande centrali restano: chi succederà alla Guida Suprema? E quali dinamiche di potere prevarranno? La caduta del regime non è inevitabile, ma non è più soltanto un’ipotesi teorica.
La prossima fase sarà decisa innanzitutto all’interno dei circoli di potere, più che dall’opinione pubblica. Tuttavia, una frattura profonda potrebbe ridisegnare l’intera mappa del Medio Oriente.