Iran e Ucraina, quando le crisi si saldano in una sola partita globale

dí Giuseppe Gagliano –

L’attacco contro l’Iran rischia di trasformarsi nel punto di incontro tra diverse crisi internazionali finora considerate separate. Il conflitto in Medio Oriente, la guerra in Ucraina, la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina, le tensioni energetiche e la fragilità delle catene economiche globali stanno convergendo nella stessa dinamica strategica. L’escalation quindi non è soltanto regionale ma può accelerare una ridefinizione degli equilibri di potere globali.
L’offensiva contro Teheran non nasce all’improvviso ma è il risultato di anni di pressione crescente fatta di sabotaggi, operazioni clandestine, sanzioni e scontri indiretti. La vera novità è il salto di livello: da una guerra nascosta e intermittente a un confronto molto più esplicito che coinvolge direttamente gli Stati Uniti e che può produrre effetti a catena ben oltre il Golfo.
Uno dei principali motori politici dell’escalation va cercato in Israele. Benjamin Netanyahu si trova infatti a gestire non solo un conflitto esterno ma anche una fase di forte pressione interna. Le difficoltà militari a Gaza, l’usura del fronte libanese e il logoramento del consenso hanno reso necessario un cambio di passo capace di ricompattare il fronte interno e ristabilire una centralità strategica. Portare lo scontro con l’Iran a un livello più alto può servire proprio a creare una condizione di emergenza permanente che riduca le divisioni politiche interne.
Il ruolo degli Stati Uniti appare invece segnato da una forte contraddizione. Donald Trump aveva costruito parte della propria identità politica sulla promessa di ridurre i conflitti aperti di Washington. L’ingresso in una guerra contro l’Iran sembra quindi andare nella direzione opposta. È possibile che la decisione sia stata presa nella convinzione che si trattasse di un’azione breve e risolutiva. Il risultato però è un coinvolgimento americano in un conflitto dagli obiettivi poco chiari e dalle giustificazioni politiche che continuano a cambiare.
Uno degli errori di valutazione più probabili riguarda la natura stessa del sistema iraniano. Colpire il vertice politico non significa necessariamente destabilizzare l’intero apparato statale. L’Iran è composto da una rete complessa di istituzioni politiche, religiose e militari che, pur attraversate da tensioni interne, tendono a ricompattarsi quando percepiscono una minaccia esterna. L’idea che un colpo mirato potesse produrre una rapida disgregazione del potere iraniano si basa su una lettura eccessivamente semplificata della realtà.
A questo si aggiunge una dimensione simbolica spesso sottovalutata in Occidente. Nel mondo sciita il martirio ha un valore centrale nella mobilitazione politica e religiosa. Colpire la leadership iraniana può quindi trasformarla in un simbolo di resistenza e rafforzare la coesione interna e regionale invece di indebolirla.
La risposta di Teheran sembra orientata verso una strategia di logoramento. L’Iran sa di non poter vincere una guerra convenzionale contro la superiorità militare combinata di Stati Uniti e Israele. Può però rendere il conflitto lungo e costoso attraverso attacchi multipli, droni, missili e pressioni continue su infrastrutture e rotte energetiche. In questo tipo di guerra non conta soltanto la potenza iniziale ma la capacità di sostenere il conflitto nel tempo.
In questo scenario entrano anche gli interessi di Russia e Cina. Nessuno dei due paesi ha necessariamente interesse a intervenire direttamente, ma entrambi hanno convenienza a evitare una rapida vittoria americana. Per Mosca significherebbe liberare risorse occidentali da destinare alla guerra in Ucraina. Per Pechino rafforzerebbe la credibilità della potenza coercitiva degli Stati Uniti proprio mentre cresce la competizione globale.
Il punto centrale diventa quindi la capacità degli Stati Uniti di sostenere contemporaneamente più fronti strategici. La guerra in Ucraina continua ad assorbire risorse militari, industriali e politiche. Se anche il Medio Oriente dovesse trasformarsi in un conflitto prolungato, il rischio sarebbe quello di una dispersione delle priorità e di una crescente sovraestensione strategica.
Dietro lo scontro militare si intravede inoltre una dimensione economica. L’Iran rappresenta anche un nodo nel processo di graduale erosione dell’ordine economico centrato sul dollaro, grazie ai suoi rapporti con la Cina, ai circuiti energetici alternativi e al ruolo crescente nelle reti economiche dei paesi emergenti. Paradossalmente una guerra potrebbe accelerare proprio queste dinamiche, spingendo molti paesi a ridurre la dipendenza dai sistemi dominati dagli Stati Uniti.
Il rischio finale è che un’operazione pensata come dimostrazione di forza si trasformi in una guerra di logoramento inserita in una crisi globale più ampia. In questo scenario Medio Oriente e Ucraina smetterebbero di essere due dossier separati e diventerebbero i due fronti della stessa tensione sistemica. A quel punto la questione decisiva non sarebbe più chi ha iniziato il conflitto, ma chi riuscirà a sostenere più a lungo il peso politico, economico e militare della crisi.