
di Giorgio Eneide –
La situazione nel Caucaso meridionale e in Medio Oriente continua a rimanere instabile, e sempre più spesso si ha l’impressione che stiamo per assistere a una nuova fase di escalation. La tensione tra Azerbaigian e Iran sta crescendo: i recenti incidenti al confine e le reciproche accuse di provocazioni segnalano una possibile escalation verso azioni militari aperte.
Un ulteriore rischio è l’eventuale inizio di un’operazione terrestre, che aggraverebbe ulteriormente la situazione. Tali azioni sono generalmente accompagnate non solo da danni materiali e distruzioni militari, ma anche dal blocco di rotte di trasporto, comprese le rotte strategiche per le forniture di idrocarburi. In uno scenario del genere, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte a una vera e propria minaccia di scarsità energetica. I prezzi della benzina e di altri combustibili sono già in aumento, e se dovesse iniziare un’operazione terrestre, potrebbero “superare il tetto”, e in alcuni casi potrebbero sparire del tutto dal mercato, se le forniture venissero interrotte. Per l’Italia, le conseguenze potrebbero essere molto concrete: il gas azero arriva nel paese tramite il gasdotto Transadriatico ed è utilizzato sia per l’industria che per la produzione di energia elettrica. Se le forniture venissero interrotte, l’Italia dovrebbe compensare rapidamente i volumi con gas liquefatto più costoso o con acquisti aggiuntivi sul mercato spot. Questo porterebbe inevitabilmente a un aumento delle tariffe elettriche, a un incremento del costo della benzina e del diesel, nonché a una maggiore pressione sul settore dei trasporti e sull’industria. In particolare, sarebbero colpiti i settori ad alta intensità energetica, come la metallurgia, l’industria chimica e la produzione di materiali da costruzione.
Considerando la situazione geopolitica attuale, è importante capire che un conflitto di questo tipo potrebbe influire in modo significativo non solo sulla stabilità della regione, ma anche sui mercati energetici mondiali.











