di Daniele Di Vuono

La ripresa dei bombardamenti statunitensi contro l’Iran, gli attacchi iraniani contro installazioni e interessi americani nella regione e la nuova proclamazione di chiusura dello Stretto di Hormuz hanno riportato la crisi al centro degli equilibri mediorientali. Teheran sostiene che il passaggio non sia più disponibile senza la propria autorizzazione; Washington afferma invece che il traffico commerciale continui e che nessun Paese possa imporre permessi o pedaggi su una rotta internazionale. La realtà si trova nello spazio tra queste due versioni: Hormuz non è completamente sigillato, ma non funziona più come un passaggio normalmente aperto e prevedibile.

È questo il punto intorno al quale continua il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran. La questione non riguarda soltanto l’ultima sequenza di attacchi e rappresaglie. Riguarda chi possa stabilire le regole nello stretto, autorizzare le rotte, proteggere le navi e trasformare la libertà di navigazione in un fatto reale, non soltanto in un principio dichiarato.

L’intesa provvisoria raggiunta il mese scorso aveva aperto una finestra di sessanta giorni per cercare una soluzione più stabile. Sul piano militare, però, la tregua è ormai collassata. Donald Trump ha dichiarato concluso il cessate il fuoco, pur lasciando aperta la possibilità di proseguire i contatti con Teheran. I mediatori regionali continuano a lavorare, ma il negoziato procede mentre gli attacchi sono già ricominciati.

La tregua non ha risolto il conflitto. Ha soltanto mostrato quanto sia difficile separare la diplomazia dalla questione di Hormuz. Stati Uniti e Iran possono sospendere temporaneamente i bombardamenti, ma non possono evitare il problema centrale: Washington considera lo stretto una via internazionale che deve restare aperta senza autorizzazioni iraniane; Teheran rivendica invece il diritto di condizionare ciò che accade nelle acque davanti alle proprie coste.

Il nuovo ciclo di escalation si è riaperto con gli attacchi contro il traffico commerciale nello stretto. Una portacontainer battente bandiera cipriota è stata colpita mentre navigava lungo la costa dell’Oman, riportando gravi danni alla sala macchine e un incendio. Ventitré membri dell’equipaggio sono stati soccorsi, mentre un marittimo indiano risultava disperso. I Guardiani della Rivoluzione hanno sostenuto che alcune navi avessero ignorato gli avvertimenti e le indicazioni sulle rotte autorizzate; gli Stati Uniti hanno considerato l’attacco una minaccia diretta alla libertà di navigazione.

Washington ha quindi avviato una nuova serie di bombardamenti. Il Comando centrale statunitense ha dichiarato di aver colpito, nell’ultima grande operazione, circa 140 obiettivi militari iraniani, tra siti missilistici e per droni, depositi di munizioni, reti di comunicazione, capacità navali e sistemi di sorveglianza costiera. Gli attacchi sono poi proseguiti contro sistemi missilistici, difese aeree e imbarcazioni veloci dei Guardiani della Rivoluzione nell’area di Hormuz. Si tratta di dati e ricostruzioni provenienti da fonti statunitensi e non verificabili in modo indipendente nella loro completezza, ma indicano la dimensione rivendicata da Washington per la propria risposta.

L’obiettivo dichiarato degli Stati Uniti è ridurre la capacità iraniana di colpire le navi commerciali. Dietro la dimensione operativa esiste però una questione politica più ampia. Washington vuole dimostrare che la sicurezza dello stretto continua a dipendere dalla presenza militare americana e che Teheran non può imporre unilateralmente un proprio regime di navigazione.

L’Iran ha risposto allargando il costo del confronto alla rete regionale degli Stati Uniti. Missili e droni iraniani hanno colpito o tentato di colpire obiettivi in diversi Paesi del Golfo e in Giordania, tra cui Bahrain, Kuwait, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti: Stati che ospitano forze, basi o infrastrutture militari americane. Le autorità locali hanno riferito intercettazioni, esplosioni, feriti e danni, mentre Teheran ha rivendicato attacchi contro centri di comando, radar, strutture logistiche e installazioni collegate alle forze statunitensi.

È quindi più preciso parlare di attacchi contro il sistema militare americano ospitato nei Paesi alleati, non di un bombardamento indiscriminato degli alleati in quanto tali. La distinzione rivela la strategia iraniana. Teheran vuole mostrare che le basi statunitensi non rappresentano soltanto una garanzia di protezione, ma possono trasformare il territorio che le ospita in un possibile bersaglio.

In questo modo il conflitto entra direttamente nel rapporto tra Washington e i suoi partner regionali. I governi del Golfo e la Giordania dipendono in diversa misura dalla cooperazione militare americana, ma devono anche evitare che la propria sicurezza venga travolta dallo scontro. Per Teheran, colpire le infrastrutture statunitensi significa modificare il calcolo di quei governi: permettere agli Stati Uniti di utilizzare basi, aeroporti, radar e piattaforme logistiche comporta un rischio diretto.

L’Iran non deve necessariamente sconfiggere militarmente gli Stati Uniti. Gli basta rendere la loro presenza più costosa, più esposta e politicamente più difficile da sostenere.

Questa strategia nasce da una sproporzione evidente. Washington conserva una netta superiorità convenzionale, soprattutto sul piano aereo, navale e tecnologico. L’Iran non può affrontarla in uno scontro simmetrico senza subire perdite molto più pesanti. Può però utilizzare missili, droni, forze navali leggere, pressione sulle rotte commerciali e minacce contro le basi regionali per distribuire il costo del conflitto su un’area più vasta.

Hormuz è lo strumento principale di questa strategia. Non occorre bloccarlo completamente per trasformarlo in un’arma. È sufficiente rendere il transito incerto, pericoloso e costoso. Quando una compagnia di navigazione non può prevedere se una nave verrà fermata, deviata o colpita, la libertà di passaggio continua a esistere sulla carta, ma si indebolisce nella pratica.

Il Joint Maritime Information Center ha classificato come “grave” il livello di minaccia nello stretto. Allo stesso tempo, ha ribadito che una rotta meridionale vicina all’Oman rimane disponibile ed è stata ampliata per consentire il traffico nei due sensi. Le navi possono quindi continuare a transitare, ma dentro un ambiente segnato da rischi militari, interferenze alla navigazione, avvertimenti radio e pericoli legati alle mine.

La formula più corretta non è dunque che Hormuz sia totalmente chiuso, né che sia normalmente aperto. Lo stretto è conteso. L’Iran ne ha proclamato la chiusura e sostiene di poter autorizzare i passaggi; gli Stati Uniti affermano invece che la via meridionale resti aperta e che nessuna autorità iraniana possa imporre permessi o tariffe.

Entrambe le parti cercano di trasformare la propria versione in una realtà operativa. Teheran può sostenere di controllare Hormuz perché è in grado di minacciare le navi e condizionarne i percorsi. Washington può dichiararlo aperto perché alcuni transiti continuano sotto la protezione americana. Ma un passaggio commerciale che richiede rotte straordinarie, coordinamento militare e misure di sicurezza eccezionali non è più uno spazio marittimo normale.

Questa ambiguità è già una forma di potere.

Il problema supera inevitabilmente i confini regionali. In condizioni normali, attraverso Hormuz transita una quantità di petrolio e prodotti petroliferi equivalente a circa un quinto del consumo mondiale. Lo stretto assorbe inoltre circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto. La riduzione del traffico, le minacce alle petroliere e l’aumento dei costi assicurativi possono influenzare i prezzi dell’energia, la sicurezza degli approvvigionamenti e l’inflazione ben oltre il Golfo Persico.

La crisi riguarda direttamente anche l’Europa e l’Italia. Golfo Persico, Mar Arabico, Mar Rosso, Canale di Suez e Mediterraneo formano una sola catena strategica. Un’interruzione o un rallentamento a Hormuz può modificare rotte, tempi di consegna, costi del trasporto e disponibilità energetica nei mercati europei. La distanza geografica non elimina la dipendenza da passaggi marittimi concentrati in pochi punti vulnerabili.

Esiste però un limite alla strategia di entrambe le parti. Gli Stati Uniti possono bombardare le infrastrutture militari iraniane e garantire il passaggio di una parte del traffico, ma non possono eliminare la geografia dell’Iran né controllare indefinitamente ogni nave. Teheran può rendere lo stretto insicuro, ma non può bloccarlo per un periodo illimitato senza danneggiare le proprie esportazioni, isolarsi ulteriormente e rischiare una risposta militare ancora più estesa.

Questa impossibilità di ottenere una vittoria definitiva spiega perché la diplomazia continui nonostante i bombardamenti. Oman, Qatar e Pakistan restano coinvolti nei tentativi di mediazione. Washington chiede che Teheran dichiari pubblicamente aperte tutte le rotte, interrompa gli attacchi alle navi e rinunci a imporre autorizzazioni o pedaggi. L’Iran rifiuta invece di abbandonare la principale leva strategica con cui cerca di compensare la superiorità militare americana.

Il negoziato non potrà quindi limitarsi a restaurare la tregua precedente. Dovrà affrontare il nodo che quella tregua aveva soltanto rinviato: quale sistema di sicurezza debba governare Hormuz, chi debba garantire la navigazione e quali limiti debbano essere posti alle attività militari delle due parti.

Finché questa questione resterà irrisolta, ogni accordo continuerà a essere esposto alla stessa sequenza: attacco a una nave, bombardamento statunitense, rappresaglia iraniana contro le installazioni regionali e nuovo tentativo di mediazione. La diplomazia potrà sospendere il conflitto, ma non interromperne la logica.

Il braccio di ferro continua perché nessuna delle due parti può accettare l’ordine marittimo rivendicato dall’altra. Washington non può riconoscere all’Iran il diritto di decidere chi attraversa Hormuz. Teheran non può rinunciare allo strumento con cui rende globale il costo dello scontro.

Lo stretto resta quindi abbastanza aperto da evitare un blocco completo dei traffici, ma abbastanza insicuro da continuare a funzionare come un’arma. È in questo equilibrio instabile che Stati Uniti e Iran conducono il loro confronto: non una guerra capace di produrre rapidamente un vincitore, ma una pressione continua nella quale ogni tregua rischia di diventare soltanto l’intervallo prima del bombardamento successivo.