di Giuseppe Gagliano –
L’Europa prende le distanze dagli Stati Uniti sulla crisi nello Stretto di Hormuz e segna una rottura politica che va oltre la semplice divergenza tattica. Il rifiuto di diversi Paesi europei di partecipare a una missione militare per forzare la riapertura del passaggio strategico evidenzia una crepa sempre più evidente nell’alleanza occidentale. Germania, Spagna e Italia hanno escluso un coinvolgimento diretto, mentre anche le posizioni più caute, come quelle di Regno Unito e Danimarca, restano lontane da un sostegno automatico a Washington. L’Unione Europea ha chiarito di non essere stata consultata e di non voler trasformare la missione Aspides in un’operazione offensiva.
Alla base della scelta c’è una valutazione condivisa: gli europei non intendono farsi trascinare in una guerra percepita come esterna, dai contorni incerti e dai costi potenzialmente elevati. Da Berlino a Bruxelles, la linea è chiara: non è una guerra dell’Europa. Una posizione che segna un passaggio politico rilevante, perché indica come l’escalation contro l’Iran venga considerata il risultato di una decisione unilaterale americana, sostenuta da Israele, più che un conflitto collettivo dell’Occidente.
Donald Trump ha provato a trasformare la crisi in un banco di prova della fedeltà atlantica, collegando il futuro della NATO e il sostegno all’Ucraina alla disponibilità europea a intervenire nello Stretto. Una pressione esplicita che ha assunto i toni di un ultimatum e che ha alimentato ulteriormente le tensioni. Il messaggio è apparso chiaro: la protezione americana non è più scontata, ma subordinata alla partecipazione alle operazioni guidate da Washington.
Di fronte a questa impostazione, l’Europa ha reagito con una cauta presa di distanza. Non si tratta però di una vera autonomia strategica, ma di una postura difensiva. Bruxelles insiste sulla via diplomatica e i principali Paesi escludono l’invio di forze in uno scenario ad alto rischio. Anche la Francia, pur difendendo la libertà di navigazione, non intende partecipare a operazioni militari nello Stretto nelle condizioni attuali, limitandosi a ipotizzare in futuro missioni di scorta a carattere difensivo.
Particolarmente significativa è la posizione della Germania, che ha messo in dubbio l’efficacia di un eventuale contributo europeo. Berlino sottolinea come un impegno militare sarebbe politicamente oneroso, militarmente marginale e strategicamente ambiguo. L’impressione diffusa è che Washington cerchi soprattutto una legittimazione politica attraverso la presenza di alleati, più che un reale apporto operativo.
Sul piano economico, la crisi colpisce direttamente gli interessi europei. Lo Stretto di Hormuz è un nodo cruciale per il traffico energetico globale e la sua instabilità incide su prezzi e mercati. Tuttavia, l’Europa si trova in una posizione contraddittoria: subisce le conseguenze economiche della crisi, ma non è disposta a sostenerne i costi militari.
Il caso Hormuz mette così in luce una trasformazione più ampia. L’Europa non segue più automaticamente gli Stati Uniti quando ritiene che i rischi superino i benefici, mentre Washington tende a utilizzare l’alleanza come leva politica. Allo stesso tempo, l’autonomia europea resta incompleta: si esprime soprattutto nel rifiuto, più che nella capacità di proporre un’alternativa strategica.
La crisi non segna la fine della NATO, ma ne ridimensiona la coesione. Mostra come l’unità occidentale tenga quando gli interessi coincidono chiaramente, ma si indebolisca quando gli Stati Uniti cercano di estendere il coinvolgimento a conflitti non condivisi. In questo contesto, Hormuz diventa il simbolo di un cambiamento politico profondo: l’Europa non è più disposta a garantire un sostegno automatico, e l’alleanza atlantica appare meno solida di quanto sembrasse.




