di Giuseppe Gagliano –
La guerra tra Stati Uniti e Iran è entrata in una nuova fase, estendendosi progressivamente all’intero Golfo Persico. Per l’ottava notte consecutiva Washington ha colpito obiettivi iraniani, mentre Teheran ha risposto con attacchi contro basi americane in Kuwait e con il lancio di missili e droni intercettati anche in Bahrein e Giordania. Parallelamente, il rafforzamento della presenza militare statunitense in Israele lascia presagire un’ulteriore intensificazione delle operazioni.
Lo Stretto di Hormuz è ormai il fulcro dello scontro. Gli Stati Uniti sostengono di aver imposto un blocco navale all’Iran per ridurne la capacità di minacciare il traffico marittimo, mentre Teheran rivendica il diritto di controllare il transito delle navi nello stretto. Le Guardie rivoluzionarie affermano che alcune imbarcazioni scortate dagli Stati Uniti avrebbero tentato di attraversare l’area senza autorizzazione, alimentando una tensione che rischia di compromettere la sicurezza delle rotte commerciali.
Anche senza una chiusura formale di Hormuz, il conflitto potrebbe ridurre sensibilmente il traffico navale. L’aumento dei premi assicurativi, il timore degli armatori e i rischi per gli equipaggi potrebbero infatti scoraggiare il passaggio delle petroliere, con ripercussioni immediate sui mercati energetici mondiali.
La strategia americana mira a neutralizzare le capacità iraniane di sorveglianza costiera e di difesa, oltre a impedire che Teheran continui a esercitare pressione sulle principali rotte energetiche. L’Iran, dal canto suo, punta a compensare l’inferiorità militare convenzionale aumentando il costo economico e politico del conflitto attraverso attacchi contro basi militari e infrastrutture strategiche dei Paesi alleati di Washington.
Un elemento particolarmente significativo è il rafforzamento della componente logistica statunitense in Israele. L’arrivo di nuovi aerei cisterna destinati al rifornimento in volo indica la preparazione di una campagna aerea di lunga durata, potenzialmente rivolta contro siti missilistici, sistemi di difesa, basi delle Guardie rivoluzionarie e infrastrutture del programma nucleare iraniano. La crescente presenza di velivoli militari sta inoltre incidendo sull’operatività dell’aeroporto Ben Gurion, segnale di una mobilitazione ormai strutturale.
Sul piano economico, il conflitto rischia di provocare un nuovo shock energetico globale. Un rallentamento dei flussi attraverso Hormuz determinerebbe un aumento dei prezzi di petrolio e gas, alimentando l’inflazione e colpendo soprattutto i Paesi importatori. Anche le monarchie del Golfo appaiono sempre più vulnerabili, come dimostrano gli attacchi alle infrastrutture di desalinizzazione e agli impianti essenziali per l’approvvigionamento idrico ed energetico.
Dal punto di vista militare, gli Stati Uniti mantengono una netta superiorità convenzionale, ma difficilmente potranno eliminare la capacità iraniana di reagire attraverso missili, droni, operazioni navali e forze alleate nella regione. La riattivazione di altri fronti, come quello libanese, conferma inoltre il rischio di un’estensione del conflitto oltre i confini iraniani.
Sul piano geopolitico, le monarchie del Golfo temono di trasformarsi in bersagli permanenti, mentre Israele punta a sfruttare l’indebolimento dell’Iran preparandosi però a nuove ritorsioni. Russia e Cina osservano con attenzione l’evoluzione della crisi, consapevoli che l’aumento dei prezzi dell’energia e le difficoltà statunitensi nella regione potrebbero rafforzare la loro posizione strategica. L’Europa, invece, resta esposta alle conseguenze economiche della guerra senza disporre di un’effettiva capacità di influenza.
La prospettiva di una nuova tregua appare sempre più remota. La profonda sfiducia reciproca tra Washington e Teheran rende improbabile una ripresa credibile dei negoziati, mentre il progressivo coinvolgimento degli Stati del Golfo conferma che il conflitto ha ormai assunto una dimensione regionale, con conseguenze destinate a incidere sulla sicurezza e sulla stabilità dell’intero Medio Oriente.












