di Giuseppe Gagliano –
Il vertice di Gedda segna una svolta per i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo: per la prima volta le monarchie riconoscono apertamente che la protezione garantita dagli Stati Uniti non è più sufficiente. Gli attacchi con missili e droni attribuiti all’Iran contro infrastrutture energetiche hanno prodotto uno shock politico profondo, mostrando i limiti di basi militari, sistemi Patriot e forniture occidentali.
Da qui nasce la spinta verso uno scudo missilistico regionale, non solo come scelta tecnica ma come ammissione di vulnerabilità. I tre pilastri storici della sicurezza del Golfo energia, dollaro e ombrello americano sono oggi sotto pressione, mentre lo Stretto di Hormuz si conferma leva strategica nelle mani di Teheran e il territorio della regione diventa parte del campo di battaglia.
Al centro resta proprio Hormuz, passaggio cruciale per i flussi energetici globali. Un suo blocco o rallentamento colpirebbe l’intera economia mondiale. Per questo i Paesi del Golfo puntano a oleodotti e gasdotti alternativi, ma tempi lunghi, costi elevati e divergenze politiche rendono il progetto complesso. L’Iran, dal canto suo, sfrutta la geografia per compensare la propria inferiorità militare, concentrando la pressione in uno spazio ristretto dove può alzare i costi per le grandi potenze.
L’idea di una difesa integrata appare razionale ma incontra ostacoli politici. I sistemi attuali sono avanzati ma frammentati e poco efficaci contro attacchi simultanei e saturanti. Una rete comune migliorerebbe coordinamento e capacità di risposta, ma apre interrogativi su comando, condivisione delle informazioni e ruolo degli alleati esterni. Il nodo centrale resta l’equilibrio tra sicurezza e autonomia.
Nonostante le dichiarazioni di unità, le divisioni interne persistono. Differenze di strategia tra Arabia Saudita, Emirati e Qatar, il ruolo mediatore dell’Oman e la prudenza di Kuwait e Bahrain mostrano un blocco tutt’altro che compatto. Le tensioni emergono anche nei segnali diplomatici, come l’assenza del leader emiratino al vertice. Teheran conosce e sfrutta queste fratture, spingendo ogni capitale a valutare quanto allinearsi a Washington o mantenere margini di dialogo.
La sicurezza, inoltre, non è più solo militare. Il vertice ha evidenziato la necessità di rafforzare infrastrutture, reti energetiche, logistica e approvvigionamenti. La vulnerabilità delle catene commerciali e la dipendenza dai flussi marittimi espongono il modello economico del Golfo, fondato su stabilità e apertura globale.
La proposta di uno scudo comune rappresenta quindi un cambio di paradigma: le monarchie vogliono ridurre le dipendenze e diversificare le alleanze. Resta però un equilibrio difficile tra protezione e autonomia, contenimento dell’Iran e rischio di escalation, relazioni con l’Occidente e apertura verso Asia e nuove potenze.
Il vertice di Gedda non risolve la crisi ma la rende evidente: il Golfo si scopre esposto, gli Stati Uniti non garantiscono più sicurezza assoluta e la competizione regionale si gioca sempre più su infrastrutture, rotte energetiche e capacità di resistere in un contesto globale instabile.




