di Giuseppe Gagliano –
Un’offensiva di combattenti curdi dall’Iraq verso Teheran, sostenuta dai bombardamenti israeliani e accompagnata da una sollevazione popolare, avrebbe dovuto provocare il crollo della Repubblica islamica. È questo il piano, denominato “Il gatto con gli stivali”, attribuito al Mossad da Canale 13 e rilanciato da i24NEWS, secondo cui Israele avrebbe puntato a trasformare la campagna militare contro l’Iran in un’operazione di cambio di regime.
Il progetto prevedeva attacchi contro basi militari, centri di comando e infrastrutture dei Guardiani della Rivoluzione nel Kurdistan iraniano, con l’obiettivo di aprire un corridoio per migliaia di combattenti curdi provenienti dall’Iraq. Nelle intenzioni dei pianificatori, l’avanzata avrebbe dovuto innescare una rivolta nelle principali città iraniane, fino al collasso delle istituzioni.
Secondo le ricostruzioni, il piano si basava sull’idea che la pressione militare e le tensioni interne potessero trasformarsi rapidamente in un’insurrezione generale. Tuttavia, la solidità dell’apparato statale iraniano, le dimensioni del Paese e la capacità di reazione delle forze di sicurezza rendevano estremamente difficile un’avanzata terrestre verso la capitale senza un diretto sostegno militare occidentale.
Le stesse fonti sostengono che Washington avrebbe valutato l’apertura di un fronte occidentale con il coinvolgimento di gruppi curdi iraniani e iracheni. Le divisioni interne al movimento curdo, il timore di una risposta di Teheran e la diffidenza verso gli Stati Uniti avrebbero però ridotto la disponibilità a partecipare all’operazione.
Un ulteriore elemento riguarda l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, che alcune ricostruzioni indicano come possibile figura di transizione dopo un eventuale cambio di regime. Le presunte interlocuzioni con esponenti israeliani, mai confermate ufficialmente, restano prive di riscontri definitivi, ma alimentano il dibattito sulle strategie ipotizzate per una futura fase politica iraniana.
A ostacolare il progetto sarebbe stata soprattutto la Turchia, contraria alla prospettiva di un rafforzamento delle forze curde lungo il proprio confine. Ankara avrebbe esercitato forti pressioni affinché l’operazione venisse accantonata, temendo ripercussioni sugli equilibri regionali e sulla questione curda.
Un conflitto nel Kurdistan iraniano avrebbe inoltre avuto pesanti conseguenze economiche, interrompendo collegamenti commerciali e infrastrutture energetiche strategiche tra Iran, Iraq e Turchia. Secondo questa ricostruzione, il piano dimostrerebbe come la destabilizzazione di uno Stato sia molto più semplice della costruzione di un nuovo equilibrio politico, soprattutto in un Paese complesso come l’Iran.




