di Giuseppe Lai –
Mentre in Iran dilagano le proteste contro la teocrazia degli Ayatollah, supportate da larga parte della comunità internazionale, dal versante statunitense due voci autorevoli tengono alta la pressione mediatica sulle manifestazioni in corso nella Repubblica islamica. La prima è quella del presidente statunitense Donald Trump, che ormai da giorni incoraggia i manifestanti a perseverare nella ribellione anti regime annunciando di intervenire attivamente a sostegno dei dissidenti. La seconda è quella di Reza Ciro Pahlavi, il principe ereditario e pretendente al trono dell’Iran, figlio maggiore dell’ultimo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi. Le due voci convergono nell’azione di contrasto al regime, differenziandosi tuttavia nei ruoli e nei rispettivi profili. Mentre nel caso di Donald Trump sono ormai note le esternazioni, spesso abbinate a una buona dose di incertezza sulla loro traduzione in fatti concreti, la figura di Reza Pahlavi suscita un certo interesse in riferimento alla resistenza iraniana, a partire dal suo curriculum storico-politico.
Costretto all’esilio negli Stati Uniti dal 1979, dopo l’instaurazione della Repubblica islamica da parte dell’Ayatollah Khomeini e la sconfitta della monarchia, Reza Pahlavi si propone da tempo come possibile figura di riferimento dell’opposizione iraniana per una futura fase politica post-teocratica. Il suo obbiettivo, più volte dichiarato, non sarebbe la restaurazione della monarchia, di cui è stato illustre rappresentante, piuttosto una leadership di transizione che conduca a un referendum popolare sul futuro istituzionale dell’Iran. Va letto in tale prospettiva il suo sostegno al Progetto per la Prosperità dell’Iran (IPP), un’iniziativa lanciata nell’aprile 2025 e volta a definire una road map per la ricostruzione economica e politica del Paese in caso di crollo della Repubblica islamica. Nel presentare il progetto, il principe ereditario ne ha evidenziato l’articolazione in più fasi. In primis una fase emergenziale di 180 giorni, incentrata sulla gestione delle criticità ritenute prioritarie in Iran, come la transizione politica, il ripristino della sicurezza, l’energia e la stabilizzazione socioeconomica.
Successivamente la messa in opera di strategie a lungo termine, tra cui l’implementazione di un sistema orientato al mercato e iniziative di privatizzazione per aumentare l’efficienza del Paese, accompagnate da riforme in specifici settori tra cui tecnologia, agricoltura e turismo per sostenere la creazione di posti di lavoro e il guadagno di produttività. Tra i principi evidenziati nell’IPP si annoverano anche il rispetto della proprietà privata, il controllo dell’inflazione e l’estensione dei diritti civili, con particolare riferimento alle donne. A ciò si aggiungono interventi atti a favorire l’ingresso di capitali internazionali e a promuovere la cooperazione regionale, in netta antitesi con le attuali politiche di isolamento e cattiva gestione delle risorse da parte del regime. In politica estera il Progetto include la normalizzazione dei rapporti con Stati Uniti, Unione Europea e Stati del Golfo, il riconoscimento di Israele per ottenere il sostegno internazionale e lo sblocco dei beni congelati (stimati tra 120 e 150 miliardi di dollari) e l’integrazione dell’Iran nell’ordine globale. Al netto dei buoni propositi, è importante rilevare che nella situazione contingente, dominata dall’incertezza sui possibili sbocchi delle tensioni tra Iran e Stati Uniti, il progetto sostenuto da Reza Pahlavi si configura come pura dichiarazione di intenti, non scevra da potenziali criticità. Un primo aspetto riguarda il ruolo del principe ereditario in seno all’opposizione iraniana, costituita da diverse anime: laiche, repubblicane, etniche, femministe, studentesche. In tale contesto, Pahlavi più che una figura rappresentativa appare una figura divisiva: una parte della diaspora lo considera una risorsa, capace di parlare a governi e istituzioni internazionali con un linguaggio comunicativo e rassicurante; altri lo vedono distante dalla realtà sociale iraniana in quanto privo di una struttura politica sul territorio.
Altri ancora lo considerano un aspirante leader guidato dall’élite fuori confine, che magari mira a far prevalere una linea monarchica costituzionale piuttosto che una transizione repubblicana neutrale, alienando le fazioni repubblicane dell’opposizione. Rispetto a tale situazione, Washington adotta una linea prudente: sostegno verbale ai manifestanti, condanna della repressione ma nessun appoggio esplicito a un singolo leader in esilio. Secondo la Casa Bianca infatti, un simile approccio rischierebbe di consolidare la narrativa del regime che storicamente considera il dissenso interno come il prodotto di ingerenze straniere. Questa mancanza di interlocutori chiari e di un consenso omogeneo mette in luce una questione centrale: Reza Pahlavi rappresenta più un simbolo che un leader, poiché incarna l’idea di un Iran diverso, laico, proiettato verso l’esterno. Egli riflette le aspirazioni, le contraddizioni e le incertezze di un Paese che cerca un’uscita dal proprio presente ma, al tempo stesso, richiama un passato monarchico fatto di corruzione, brutalità e collasso economico. Ancora oggi, la fase storica dello shahismo resta uno dei nodi più divisivi della memoria collettiva iraniana. Per alcuni sinonimo di stabilità e sviluppo, per altri di ipercentralizzazione statale, repressione del dissenso, disuguaglianze, subordinazione e crisi economica. Proprio l’economia, gravata da decenni di cattiva gestione, rappresenta uno degli ostacoli principali all’attuazione del Progetto di Prosperità dell’Iran caldeggiato da Resa Pahlavi.
A partire dal 2023 l’inflazione annua ha superato il 40%, erodendo il potere d’acquisto dei salari e aggravando la povertà, mentre le sanzioni internazionali hanno limitato l’accesso ai mercati globali, riducendo le esportazioni di petrolio che ha rappresentato storicamente l’80% delle entrate di bilancio. In ultima analisi, nella prospettiva di un governo di transizione post-regime, le sfide non mancano ed è difficile al momento fare previsioni sulla fattibilità delle riforme annunciate da Pahlavi. L’Iran è attualmente un Paese immerso nell’incertezza che sogna l’uscita dal proprio presente senza avere un’idea condivisa del proprio futuro.












