di Giuseppe Gagliano –

La ripresa della costruzione del sito nucleare sotterraneo di Natanz segna un momento cruciale nella strategia iraniana. Dopo mesi di bombardamenti mirati israeliani e attacchi informatici sostenuti dagli Stati Uniti, Teheran dimostra di non voler arretrare. Il rapporto del Center for Strategic and International Studies conferma un’intensificazione dei lavori a Pickaxe Mountain: ampliamento dei tunnel, nuove barriere di sicurezza e preparativi per attività di arricchimento potenzialmente clandestine. È la risposta iraniana alla logica della pressione, un modo per segnalare che ogni tentativo di isolamento o sabotaggio non ha fatto che accelerare il suo percorso verso l’autonomia strategica.

Dietro i dati tecnici, si intravede la continuità di una visione geopolitica: l’Iran vuole mostrare al mondo che il suo know-how nucleare è ormai irreversibile. La costruzione sotterranea, concepita per resistere anche ai bombardamenti più potenti, indica che Teheran intende consolidare una deterrenza di secondo livello, capace di sopravvivere a qualsiasi offensiva militare.

Il ministro degli Esteri Araghchi ha dichiarato alle Nazioni Unite che gli impegni derivanti dall’accordo sul nucleare del 2015 sono scaduti, ma che l’Iran resta formalmente nel Trattato di non proliferazione. In realtà, si tratta di una mossa calcolata. Uscendo dal vincolo delle sanzioni senza dichiarare un abbandono completo del TNP, Teheran mantiene margini di manovra diplomatici, lasciando aperta la porta a future trattative. Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha invitato alla prudenza, ricordando che la diplomazia deve prevalere. Ma la sua voce, come spesso accade in Medio Oriente, risuona flebile. L’equilibrio tra trasparenza e segretezza resta l’arma più efficace di Teheran.

Il ritorno alla costruzione di impianti sotterranei non è un passo isolato: è il segnale che l’Iran ha scelto di ricalibrare il suo programma nucleare, non per lanciare un’arma, ma per consolidare un potere negoziale. In altre parole, il nucleare non è più un fine, ma uno strumento per ridisegnare i rapporti di forza in Medio Oriente.

Parallelamente, la visita del generale Esmail Qaani, comandante della Forza Quds, a Baghdad rivela la seconda dimensione della strategia iraniana. Con il Medio Oriente in piena transizione — Hezbollah indebolito, Hamas decimato, la Siria frammentata — l’Iraq resta l’unico bastione dove l’Iran può ancora esercitare una leadership effettiva. Qaani ha incontrato i leader del Quadro di Coordinamento sciita per contenere le fratture interne e preservare il predominio delle fazioni filo-iraniane.

Ma l’Iraq di oggi non è più quello di Qasem Soleimani. L’influenza americana rimane forte, il sentimento anti-iraniano cresce tra i giovani e le milizie sciite sono divise da rivalità personali e accuse di corruzione. Qaani si muove in un terreno fragile, dove la diplomazia deve sostituire la carismatica brutalità del suo predecessore. Il suo compito non è espandere, ma conservare: tenere in vita l’“asse della resistenza” in una fase di arretramento.

Teheran sta dunque trasformando la sua postura regionale. Le Forze Quds di nuova generazione operano secondo logiche decentralizzate, sfruttando i teatri mediatici, informatici e missilistici più che la forza convenzionale. La guerra ibrida — fatta di droni, sabotaggi, propaganda e reti economiche parallele — diventa lo strumento di sopravvivenza dell’Iran in un contesto ostile.

La telefonata del segretario di Stato americano Marco Rubio al premier iracheno Mohammed Shia al-Sudani, per chiedere il disarmo delle milizie sostenute da Teheran, mostra quanto l’Iraq resti al centro del confronto indiretto tra Washington e Teheran. Ogni mossa iraniana viene letta non come un atto difensivo, ma come una minaccia sistemica.

Sullo sfondo di questa complessa partita c’è anche la dimensione economica. Le sanzioni hanno spinto Teheran a riorientare la propria economia verso est, cioè Cina, Russia e Asia Centrale, e a intensificare il contrabbando di idrocarburi attraverso reti parallele. Il nucleare e l’influenza in Iraq diventano così strumenti complementari: da un lato, l’autonomia energetica; dall’altro, il controllo delle vie terrestri e finanziarie che collegano il Golfo Persico al Levante.

La visita di Qaani a Baghdad, in questo senso, è una missione economico-strategica mascherata da operazione politica: mantenere l’unità del fronte sciita significa proteggere i canali bancari e commerciali che garantiscono la sopravvivenza dell’Iran sotto embargo.

La Repubblica islamica si trova oggi in un bivio storico. Privata di alcuni dei suoi alleati più solidi e sottoposta a pressioni crescenti, ha scelto una via silenziosa ma determinata: la sopravvivenza attraverso la deterrenza e la diplomazia discreta. Il nucleare di Natanz e la visita di Qaani in Iraq sono due facce della stessa medaglia. Una mostra la resilienza tecnologica, l’altra la volontà di mantenere un’influenza regionale nonostante le sconfitte.

Per Teheran, il futuro non si gioca più soltanto sulla potenza militare, ma sulla capacità di restare al centro del gioco, anche in un Medio Oriente che cambia rapidamente. È una strategia di resistenza adattiva: meno visibile, ma ancora letale.