di Giuseppe Gagliano –
La promessa della Guida suprema di “non arretrare” davanti alle proteste segna un nuovo irrigidimento del sistema iraniano in una fase già carica di tensioni. Le manifestazioni, iniziate come reazione al crollo del valore del rial e al peggioramento delle condizioni di vita, si sono rapidamente trasformate in una contestazione più ampia del potere teocratico. La lettura ufficiale è netta: non disagio sociale, ma sabotaggio politico, alimentato dall’esterno e finalizzato a destabilizzare lo Stato.
Il discorso pronunciato da Ali Khamenei si inserisce in una strategia ormai collaudata: delegittimare la protesta assimilando i dimostranti a vandali e agenti di potenze ostili. Il messaggio è duplice. All’interno, serve a compattare l’apparato di sicurezza e a giustificare una repressione senza concessioni. All’esterno, segnala che Teheran non intende mostrare segni di debolezza proprio mentre le pressioni internazionali restano elevate.
Il cuore della crisi resta economico. La svalutazione della moneta, che in un solo anno ha perso circa metà del suo valore, ha colpito in modo diretto commercianti, famiglie urbane e studenti. Le sanzioni occidentali, sommate agli effetti delle tensioni regionali e del confronto con Israele, hanno ridotto lo spazio di manovra finanziaria del governo. Le chiusure dei mercati e le proteste nei campus indicano che il malessere non è più confinato alle periferie sociali, ma investe segmenti tradizionalmente prudenti.
Il blackout di Internet e le minacce di “nessuna clemenza” rivelano la centralità dell’apparato di sicurezza nella gestione della crisi. La repressione, con decine di morti secondo organizzazioni per i diritti umani, non è solo una risposta contingente, ma parte di una dottrina di controllo che mira a spezzare sul nascere qualsiasi saldatura tra protesta economica e rivendicazione politica. Il rischio, tuttavia, è l’effetto opposto: radicalizzare una mobilitazione che già oggi prende di mira il vertice del sistema.
Le parole di Donald Trump, oscillanti tra minaccia e prudenza, contribuiscono a un clima di incertezza strategica. Da un lato, Washington evoca l’uso della forza come deterrente contro una repressione sanguinosa; dall’altro evita di impegnarsi apertamente su un cambio di regime. Teheran risponde avvertendo che qualsiasi interferenza potrebbe tradursi in ritorsioni contro interessi statunitensi nella regione, rialzando il livello dello scontro potenziale.
In questo quadro si inserisce il ricorso a canali finanziari non convenzionali. Le rivelazioni sull’uso delle criptovalute da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica mostrano una capacità di adattamento che riduce l’impatto delle sanzioni. È una risposta tipica di una “economia sotto assedio”: aggirare i vincoli per mantenere in funzione l’apparato di potere, anche a costo di accentuare l’opacità del sistema.
L’Iran si trova così stretto tra una società esausta e un potere che non concede spazi di mediazione. Il presidente ha riconosciuto l’esistenza di lamentele legittime, ma la linea dominante resta quella della fermezza. Nel breve periodo, la repressione può ristabilire l’ordine. Nel medio, però, la combinazione di crisi economica, isolamento internazionale e sfiducia sociale rischia di trasformare ogni nuova protesta in una sfida diretta alla sopravvivenza del sistema. In questo equilibrio precario, la promessa di “non arretrare” suona meno come una scelta e più come un vincolo imposto dalla paura di cedere terreno.












