di Giuseppe Gagliano

Il crollo del rial iraniano ha riacceso una miccia che covava da tempo. Le proteste esplose a Teheran e rapidamente propagate in numerose città non nascono solo dall’ennesima fiammata inflazionistica, ma dal punto in cui la crisi economica diventa insopportabile per ampi strati della società. La svalutazione della valuta, precipitata a nuovi minimi storici sul mercato aperto, ha colpito al cuore la vita quotidiana: salari erosi, risparmi dissolti, prezzi fuori controllo. Lo sciopero dei commercianti del Grand Bazaar, tradizionale termometro del malcontento urbano, ha segnato l’avvio di una mobilitazione che si è subito allargata.

A rendere queste proteste diverse da molte precedenti è la loro composizione. Non solo giovani o gruppi marginalizzati, ma commercianti, studenti universitari, lavoratori urbani. Le chiusure coordinate di negozi in città lontane tra loro indicano una diffusione orizzontale del dissenso. In breve tempo, le rivendicazioni economiche si sono saldate a slogan apertamente politici, con richieste di libertà, uguaglianza e fine del regime. È il passaggio classico, ma sempre delicato, in cui la protesta smette di chiedere correttivi e mette in discussione l’intero sistema.

Il governo ha scelto una linea ambigua. Da un lato, il riconoscimento formale delle proteste e la promessa di ascolto, accompagnati da un cambio ai vertici della Banca centrale. Dall’altro, una presenza massiccia delle forze di sicurezza nelle strade e l’uso di strumenti di contenimento come i gas lacrimogeni. È una strategia già vista: concedere segnali di apertura sul piano tecnico per evitare che la crisi economica diventi immediatamente una crisi di regime, senza però aprire veri spazi politici.

Il confronto con le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini è inevitabile. Anche allora, una scintilla specifica aveva innescato una mobilitazione più ampia, repressa duramente ma non cancellata. Oggi, la memoria di quella stagione pesa sia sui manifestanti sia sul potere. Le immagini simboliche che circolano sui social, come quella del manifestante solitario di fronte alla polizia, alimentano una narrazione di resistenza che supera la singola contingenza economica.

Il contesto internazionale amplifica la fragilità interna. Le tensioni con Stati Uniti e Israele, i recenti attacchi contro siti sensibili e le minacce di nuove azioni militari si intrecciano con la crisi economica. Il sostegno espresso da Washington alle proteste rafforza, agli occhi della leadership iraniana, la lettura di un assedio esterno. Questa percezione consente al regime di presentare il malcontento interno come parte di una “guerra su vasta scala”, ma rischia anche di radicalizzare ulteriormente le posizioni.

Nel breve periodo, è improbabile che le proteste portino a un cambiamento immediato del sistema di potere. Tuttavia, la loro ampiezza e la convergenza tra rivendicazioni economiche e politiche indicano una frattura profonda. Il vero nodo non è la singola misura economica, ma la perdita di fiducia nella capacità dello Stato di garantire stabilità e prospettive. In questo senso, il crollo del rial è più di un indicatore finanziario: è il simbolo di un contratto sociale che si sta sgretolando, lentamente ma in modo sempre più visibile.