Iran. La protesta nazionale come ordine pubblico: ‘punizioni lievi’ a chi si consegna

di Giuseppe Gagliano

Quando il capo della polizia nazionale iraniana, Ahmad Reza Radan, offre “punizioni più lievi” a chi si consegna entro tre giorni, non sta aprendo una porta: sta disegnando un recinto. La formula degli “ingannati” è un’arma politica prima che giudiziaria. Serve a separare i giovani trascinati in strada dai “nemici”, a isolare i nuclei più determinati, a trasformare una protesta di massa in una questione di ordine pubblico. È la vecchia tecnica del potere sotto pressione: dividere, classificare, promettere, colpire.
Ma l’amnistia con scadenza è anche un segnale di fatica. Se davvero bastasse la forza, non servirebbe la clemenza. Se davvero il sistema fosse certo della propria presa, non avrebbe bisogno di contare i giorni.
Le manifestazioni, nate da difficoltà economiche, hanno mostrato quanto la crisi sociale sia diventata crisi politica. Qui la contabilità è parte della battaglia: da una parte cifre enormi attribuite alla repressione, dall’altra numeri più bassi e “ufficiali” che includono anche vittime tra le forze di sicurezza. Il dato certo, al di là della disputa sui bilanci, è che la violenza è stata superiore a quella di precedenti ondate di dissenso e che le aree curde del nord ovest sono tornate a essere l’epicentro del rischio: lì si intrecciano marginalità economica, fratture etniche e memoria di conflitti mai risolti.
In parallelo, arrivano notizie di arresti e di feriti colpiti da munizioni che lasciano disabilità permanenti. Sono dettagli che non servono solo a raccontare l’ordine pubblico: servono a capire il messaggio. Il potere non vuole soltanto disperdere, vuole segnare.
La Repubblica Islamica non si limita alle piazze. Colpisce la proprietà, i negozi, i beni: chi ha sostenuto la rivolta, anche senza scendere in strada, rischia sequestri e confische. È una scelta di repressione “patrimoniale” che ha una logica precisa: trasformare la protesta in un rischio economico per famiglie e reti sociali. In un Paese già sotto pressione per inflazione e svalutazione, l’arma dei sequestri funziona come una tassa politica: paghi se ti esponi, paghi anche se ti limiti a solidarizzare.
Questo ha una conseguenza geoeconomica diretta: quando lo Stato entra nelle imprese con la forza, il capitale si nasconde o fugge, i prezzi salgono, l’economia informale cresce. La stabilità promessa diventa una sabbia mobile. E in un sistema che vive anche di rendite, appalti e controllo dei flussi, l’insicurezza economica rischia di erodere proprio la base materiale della lealtà.
Il controllo delle comunicazioni è parte della dottrina interna: prima il blocco quasi totale, poi un allentamento parziale, infine la sperimentazione di una rete filtrata e regolata. Non è solo censura: è un test di sovranità tecnologica. Il potere misura quanto può spegnere e riaccendere il Paese senza far collassare servizi, banche, approvvigionamenti.
Il fatto che la televisione di Stato sia stata interrotta per alcuni minuti con immagini del principe Reza Pahlavi è un altro segnale: la vulnerabilità esiste, e la battaglia psicologica cerca simboli. Teheran risponde come sa: chiusura del quotidiano riformista Ham Mihan, con l’accusa di minare la sicurezza. Il bersaglio non è un articolo, è l’idea che si possa raccontare il costo umano e politico della crisi. E soprattutto è pericoloso il paragone implicito con il 1979: quando un regime appare indeciso, la sua indecisione diventa carburante per l’opposizione.
Le autorità accusano Stati Uniti e Israele di aver fomentato i disordini. Gli oppositori accusano lo Stato di aver sparato sui manifestanti. In mezzo c’è un nodo più grande: la crisi interna iraniana è un detonatore regionale. Le minacce di intervento militare provenienti da Washington alzano il rischio di escalation, e per questo i Paesi del Golfo si muovono per contenere l’incendio. Non è altruismo: è geografia. Se l’Iran brucia, bruciano anche le rotte energetiche, i porti, le assicurazioni, la fiducia degli investitori e la sicurezza delle infrastrutture nel Golfo.
Qui entra la valutazione strategico militare. Un intervento diretto contro l’Iran non è un’operazione chirurgica a costo zero: significa mettere in conto ritorsioni asimmetriche, pressioni sullo Stretto di Hormuz, attacchi attraverso reti alleate e una spirale che coinvolgerebbe basi, traffico marittimo e impianti energetici. È proprio questo timore che spinge Arabia Saudita, Qatar e Oman a fare da pompieri. Anche Israele, che pure ha un interesse strategico nel contenimento di Teheran, conosce i rischi di una guerra aperta che trasformerebbe la regione in un campo di battaglia permanente.
L’offerta di clemenza in tre giorni è un tentativo di “normalizzazione” rapida: ridurre il numero dei ricercati, incentivare defezioni, ottenere informazioni, far rientrare la protesta nella casella della devianza e non della politica. Ma l’altra frase, attribuita alla guida suprema, è la vera cornice: “spezzare la schiena” ai sediziosi. Il potere oscilla tra bastone e bastone, con una carota piccola e temporanea.
Il problema è che la crisi, nata dall’economia, torna sempre lì. Se i prezzi, la disoccupazione e la percezione di ingiustizia restano, la repressione può vincere una settimana e perdere un anno. E se la comunità internazionale, tra sanzioni e minacce, continua a trattare l’Iran solo come dossier di sicurezza, Teheran userà la sicurezza come chiave per stringere ancora di più: sul dissenso, sull’informazione, sull’economia.
In fondo, la clemenza promessa ai “ingannati” è un messaggio doppio: ai giovani dice “tornate a casa”; al Paese dice “decidiamo noi chi siete”. È il gesto di un potere che vuole apparire forte, ma che sente la crepa e prova a richiuderla prima che diventi frattura.