di Giuseppe Gagliano –

Regno Unito, Francia e Germania hanno avviato il meccanismo di “snapback”, il processo che in 30 giorni può ripristinare le sanzioni Onu contro Teheran, revocate dopo l’accordo nucleare del 2015 (JCPOA). Si tratta di una mossa preventiva: se non fosse stata attivata ora, le tre capitali avrebbero perso in ottobre la facoltà di reimporre misure punitive. Una decisione che spinge l’Iran di nuovo al centro della contesa internazionale e rilancia il gioco delle pressioni diplomatiche.

Il cuore della questione resta economico. Se le sanzioni torneranno operative, i settori strategici iraniani, cioè finanza, banche, idrocarburi, difesa, subiranno un colpo durissimo. Teheran vive già una fase di forte instabilità interna: inflazione galoppante, rial in caduta, tensioni sociali crescenti. Le nuove restrizioni rischiano di esasperare un quadro che divide le élite tra falchi e pragmatici. I primi spingono per la rottura con l’Occidente e un rafforzamento del legame con Russia e Cina; i secondi vedono nella diplomazia un’ancora di salvezza per contenere il collasso economico.

Sul piano militare, la questione nucleare non si gioca solo sui laboratori e le centrifughe. L’Iran ha già accumulato uranio arricchito al 60% e, secondo l’AIEA, sarebbe a un passo dalla soglia tecnica del 90% utile alla bomba. Una potenzialità più che sufficiente per generare allarme in Israele, che considera inevitabile il ritorno delle sanzioni e lo sostiene apertamente. Dopo i raid di giugno condotti da Usa e Israele contro impianti nucleari iraniani, lo scontro rischia di intensificarsi. Teheran ha già minacciato di reagire con durezza, valutando persino il ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare, una mossa che aprirebbe scenari di escalation imprevedibile.

Dietro l’iniziativa dell’E3 si intravede la ricerca di un ruolo politico in un contesto internazionale in cui Europa e Stati Uniti non sempre camminano di pari passo. Trump aveva abbandonato il JCPOA nel 2018, definendolo “sbilanciato a favore dell’Iran”. Oggi la sua seconda amministrazione accoglie con favore la linea europea, ma punta a negoziati diretti con Teheran, in una dinamica che lascia l’Ue in bilico tra sostegno a Washington e difesa di una propria autonomia strategica. Nel frattempo, Mosca e Pechino provano a muoversi come garanti alternativi: hanno già elaborato una bozza di risoluzione per estendere di sei mesi l’accordo del 2015 e rilanciare i colloqui, dimostrando che la partita iraniana è anche terreno di confronto per la leadership globale.

Le implicazioni energetiche sono evidenti. L’Iran resta un attore chiave nell’Opec e nelle rotte energetiche che legano Medio Oriente, Asia ed Europa. Bloccare l’export di petrolio e gas iraniano significa ridurre ulteriormente la stabilità dei mercati globali, già scossi dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni sul Mar Rosso. Per l’Europa, la scelta di colpire Teheran comporta il rischio di aggravare la propria vulnerabilità energetica, mentre rafforza la dipendenza da partner “difficili” come i Paesi del Golfo o l’Azerbaigian.

Il countdown dei 30 giorni verso il ritorno delle sanzioni è quindi un passaggio cruciale non solo per l’Iran ma per l’intero equilibrio regionale e globale. L’Occidente vuole impedire a Teheran di oltrepassare la soglia nucleare; l’Iran, stretto tra minacce esterne e crisi interne, valuta se giocare la carta della deterrenza estrema. Sullo sfondo, Russia e Cina cercano di capitalizzare il conflitto diplomatico per accreditarsi come mediatori. In questa dinamica, l’Europa rischia di pagare il prezzo più alto, oscillando tra il desiderio di restare fedele agli Usa e la necessità di salvaguardare i propri interessi economici ed energetici.