di Giuseppe Gagliano –
La nomina di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema segna una svolta decisiva per la Repubblica Islamica iraniana. Dopo la morte di Ali Khamenei negli attacchi del 28 febbraio, l’Assemblea degli Esperti ha scelto il secondo figlio dell’ex leader, confermando una linea di continuità rigida proprio mentre il Paese è coinvolto in un conflitto regionale. Secondo quanto riferito da Reuters, Mojtaba è considerato un esponente intransigente dell’apparato, vicino ai Pasdaran e determinato a rafforzare il controllo politico e repressivo del sistema.
La sua ascesa non è quella di un grande riferimento religioso o di una figura capace di raccogliere consenso nazionale. Mojtaba Khamenei emerge piuttosto come uomo dell’apparato e delle relazioni interne al potere. La scelta apre anche interrogativi sul carattere sempre più dinastico della leadership iraniana, un passaggio che contrasta con la narrativa rivoluzionaria su cui era stata fondata la Repubblica Islamica e che rafforza il peso dell’ala più securitaria del regime.
I primi segnali della nuova guida indicano una linea di forte chiusura sul piano diplomatico. Secondo Reuters, Mojtaba Khamenei avrebbe respinto proposte di de escalation trasmesse da Paesi intermediari, sostenendo che non sia il momento della pace finché Stati Uniti e Israele non saranno costretti ad accettare una sconfitta politica. La posizione riflette la necessità di consolidare la propria legittimità in una fase delicata, in cui il nuovo leader deve dimostrare fermezza sia all’interno dell’apparato sia verso l’esterno.
La strategia iraniana si riflette anche nella gestione dello Stretto di Hormuz. Teheran continua a mantenerne il blocco, considerandolo uno strumento di pressione strategica contro i suoi avversari. Il passaggio marittimo è uno snodo cruciale per il commercio energetico globale e la sua chiusura alimenta tensioni sui mercati, timori inflazionistici e preoccupazioni sulle catene logistiche internazionali.
Intanto rimangono incerte le condizioni del nuovo leader. Reuters riferisce che non sono state diffuse nuove immagini di Mojtaba Khamenei dopo la nomina e che circolano versioni contrastanti sulle sue condizioni fisiche: fonti iraniane parlano di ferite lievi mentre fonti statunitensi indicano lesioni più serie. L’assenza pubblica del leader alimenta un clima di opacità che riflette la fragilità della fase di transizione.
Sul fronte opposto emergono anche tensioni interne negli Stati Uniti. Reuters segnala le dimissioni del direttore del National Counterterrorism Center Joe Kent, che ha lasciato l’incarico sostenendo che l’Iran non rappresentasse una minaccia imminente e criticando le motivazioni del conflitto. La Casa Bianca ha respinto le accuse mentre Donald Trump ha definito Kent debole sulla sicurezza.
Per Teheran queste divisioni rappresentano un elemento strategico. Ogni frattura nel dibattito politico americano rafforza la convinzione che resistere possa essere più vantaggioso che negoziare. In questo quadro la successione di Mojtaba Khamenei appare destinata a consolidare la linea più dura del regime, rafforzando il ruolo dei Pasdaran e rendendo più difficile qualsiasi apertura diplomatica nel breve periodo.




