di Giuseppe Gagliano –

Mentre l’opinione pubblica internazionale era concentrata sulle raffiche di missili tra Israele e Iran, sui raid aerei e sulle tensioni regionali sempre più incandescenti, nei corridoi silenziosi della diplomazia parallela andava in scena una trattativa tanto segreta quanto cruciale. Secondo quanto rivelato dalla CNN, gli Stati Uniti starebbero conducendo, sotto la regia diretta dell’amministrazione Trump, un negoziato informale con Teheran per riportare il programma nucleare iraniano sotto il cappello del controllo multilaterale.

Il 20 giugno, un giorno prima dei bombardamenti americani contro obiettivi iraniani, si sarebbe svolto alla Casa Bianca un incontro riservato tra l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff e rappresentanti dei partner arabi del Golfo. Tema: come convincere l’Iran a rinunciare definitivamente all’arricchimento dell’uranio in cambio di un gigantesco incentivo economico. Si parla di un pacchetto da 30 miliardi di dollari per costruire un programma nucleare civile “chiavi in mano”, sulla falsariga del modello emiratino. Nessun arricchimento sul suolo iraniano, ma accesso condizionato a uranio arricchito da Paesi terzi. In parallelo, sarebbero previste misure di alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di almeno 6 miliardi di dollari attualmente congelati in conti esteri.

Si tratta di una mossa estrema e rivelatrice. Washington mostra di voler gestire il confronto con Teheran non solo sul piano della forza, ma anche su quello dell’ingegneria geopolitica: colpire militarmente per ottenere concessioni diplomatiche. Un gioco pericoloso, ma che l’amministrazione Trump considera necessario per evitare l’irreversibile: un Iran dotato dell’arma atomica.

A gettare una secchiata d’acqua gelata su queste indiscrezioni è intervenuto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha bollato come “speculazione propagandistica” le dichiarazioni statunitensi. Secondo Teheran, non esisterebbe alcun piano concreto per la ripresa dei negoziati e la possibilità stessa di sedersi a un tavolo sarebbe prematura, se non illusoria.

Ma è davvero così? O siamo di fronte a un classico caso di negoziato negato ma già avviato, in cui le smentite pubbliche servono a guadagnare tempo, ridurre la pressione interna e calibrare le condizioni? Non va dimenticato che, prima dell’escalation militare del 13 giugno, Usa e Iran avevano già svolto cinque round informali di colloqui e un sesto era previsto in Oman, poi cancellato proprio a causa dei bombardamenti israeliani.

La proposta americana prevede che a finanziare la “conversione nucleare” dell’Iran siano soprattutto i partner arabi del Golfo, probabilmente con Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita in prima linea. Per Washington sarebbe un doppio colpo: rilanciare un’agenda di sicurezza regionale condivisa e risparmiare denaro pubblico mentre si ostenta il ruolo di “grande mediatore”. Una strategia coerente con l’approccio trumpiano alla politica estera: transazionale, condizionata a risultati visibili e con impatto economico diretto.

Ma il piano potrebbe rivelarsi rischioso: sostenere la rinascita nucleare – seppur civile – dell’Iran potrebbe alimentare tensioni con Israele, rafforzare il fronte interno degli ultraconservatori iraniani e provocare una nuova corsa al nucleare “controllato” nella regione.

Tra i progetti al vaglio vi sarebbe persino la sostituzione del sito nucleare di Fordow – danneggiato da bombe bunker-buster statunitensi – con una nuova centrale nucleare civile, progettata e supervisionata dai partner occidentali. Un tentativo di trasformare un simbolo della sfida iraniana in un laboratorio di cooperazione. Ma resta la domanda fondamentale: perché l’Iran dovrebbe accettare un simile scambio, rinunciando all’arricchimento e sottoponendosi a un nuovo regime di dipendenza tecnologica ed energetica?

La verità, come spesso accade in Medio Oriente, sta nei dettagli e nei non detti. Gli Stati Uniti sono consapevoli che la finestra per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica si sta chiudendo. E Teheran sa che ogni concessione sarà letta, all’interno e all’estero, come un segno di debolezza o astuzia. In questo scenario, la diplomazia parallela rappresenta l’unica via percorribile per evitare il peggio.

La guerra si combatte anche nei salotti ovattati della Casa Bianca, tra incontri riservati e bozze di accordi segreti. Ma fino a quando le bombe continueranno a cadere, ogni parola di pace rischia di rimanere solo un’eco distante, destinata a svanire sotto il frastuono della prossima offensiva.