di Francesco Pontelli –
Le recenti accuse secondo cui Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran e figura di spicco dell’opposizione iraniana in esilio, vorrebbe “annientare” i curdi nascono da una forte escalation di tensioni politiche emersa alla fine di febbraio 2026. Tuttavia, secondo le informazioni disponibili, la controversia riguarda soprattutto la questione dell’integrità territoriale dell’Iran e il futuro assetto dello Stato, più che l’esistenza di un piano di sterminio etnico.
Negli ultimi giorni Reza Pahlavi ha definito alcuni partiti curdi iraniani come “separatisti”, accusandoli di minacciare l’unità nazionale. Secondo l’ex principe ereditario, l’integrità territoriale dell’Iran rappresenta una “linea rossa non negoziabile” per qualsiasi futuro governo dopo la fine della Repubblica Islamica. Pahlavi ha inoltre affermato che, qualora il regime attuale dovesse cadere, l’esercito iraniano dovrà svolgere il proprio “dovere nazionale” nel contrastare eventuali movimenti separatisti.
Le dichiarazioni hanno provocato una forte reazione da parte di un’alleanza di partiti curdi iraniani, tra cui PJAK, PAK e PDKI. In una nota congiunta, i gruppi hanno definito i commenti di Pahlavi “isterici e odiosi”, accusandolo di minacciare i curdi con un esercito che, di fatto, non esiste ancora. I leader curdi hanno anche paragonato la sua retorica a quella dei regimi autoritari che, in passato, hanno represso duramente il popolo curdo nella regione.
Alla base dello scontro c’è una visione profondamente diversa sul futuro assetto politico dell’Iran. Pahlavi sostiene l’idea di uno Stato iraniano centralizzato e unitario, nel quale le spinte separatiste non avrebbero spazio. I movimenti curdi, invece, chiedono maggiore autonomia o forme di autogoverno nelle regioni a maggioranza curda.
Le parole di Pahlavi hanno alimentato timori tra i leader curdi, secondo i quali una futura leadership guidata dall’ex principe potrebbe portare alla soppressione delle rivendicazioni curde. Da qui l’accusa, rilanciata anche sui social e nei media regionali, che egli voglia “annientare” politicamente il movimento curdo.
Al momento, tuttavia, non esistono prove di un piano di sterminio fisico. Il confronto appare piuttosto come uno scontro politico e ideologico su diritti, autonomia e unità nazionale. La polemica mette inoltre in luce una frattura significativa all’interno del fronte anti-regime iraniano: se da un lato l’opposizione condivide la critica alla Repubblica Islamica, dall’altro restano profonde divisioni su come dovrebbe essere organizzato il futuro Stato iraniano.




