Iran. Perché lo Stretto di Hormuz è fondamentale

di Shorsh Surme

Lo Stretto di Hormuz è considerato la linfa vitale dell’economia iraniana, poiché attraverso questa rotta transita l’80-90% delle importazioni e delle esportazioni del Paese. Allo stesso tempo, rappresenta un nodo essenziale per l’economia mondiale: una quota significativa del petrolio, del gas e delle materie prime globali passa infatti da questo corridoio strategico. Di seguito, una sintesi dei principali elementi che ne illustrano l’importanza.
Entro il 2025, una media di 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% della produzione mondiale, transiterà attraverso lo stretto. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di rotte alternative per esportare parte del loro greggio (circa 3,5–5,5 milioni di barili al giorno), mentre Iran, Iraq, Kuwait e Qatar dipendono quasi totalmente da Hormuz per le loro esportazioni energetiche.
Il 20% del GNL mondiale, proveniente soprattutto da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, attraversa questa regione: si tratta del 93% del gas esportato dal Qatar e del 96% da parte degli Emirati, pari complessivamente al 19% del gas mondiale.
Anche il traffico di prodotti chimici è rilevante: idrocarburi (73,4%), metanolo (16,8%), schiume minerali (14,2%), glicole etilenico (11,7%) e dietilenglicole (12,6%). Nel complesso, circa il 20% dei fertilizzanti agricoli mondiali (urea e ammoniaca), fondamentali per l’agricoltura e l’industria, transita attraverso lo stretto. La chiusura di Hormuz avrebbe quindi un impatto immediato sulla catena di approvvigionamento alimentare globale. Ad oggi, il prezzo delle schiume chimiche è aumentato di oltre il 30%, con conseguente incremento dei costi alimentari; il protrarsi di questa tendenza ridurrebbe ulteriormente la produzione agricola, compromettendo la fertilità dei suoli.
Anche diversi prodotti agricoli transitavano tradizionalmente attraverso questa rotta: zafferano (40,7%), datteri (22,7%), pistacchi (16,3%) e tè nero (10,5%).
Una quota significativa di materie prime strategiche passa inoltre da Hormuz: un terzo dell’elio del Qatar, metà delle esportazioni mondiali di zolfo, il 9% dell’alluminio mondiale, grandi quantità di grafite per batterie e rilevanti volumi di minerale di ferro e pellet d’acciaio. La riduzione di questi flussi comporterebbe un aumento dei costi industriali a livello globale.

L’impatto può essere classificato in due categorie:
1. Paesi esportatori di energia e materie prime
2. Paesi importatori
1. Paesi del Golfo esportatori di petrolio e gas

Prima della guerra dei 40 giorni, attraverso lo stretto transitavano quotidianamente oltre 14 milioni di barili di petrolio e circa 11 miliardi di piedi cubi di GNL. Le esportazioni giornaliere dei principali Paesi erano:
• Arabia Saudita: 5,5 milioni di barili
• Iraq: 3,5 milioni di barili
• Emirati Arabi Uniti: 2,7 milioni di barili (petrolio e gas)
• Kuwait: 1,8 milioni di barili
• Iran: 1,6 milioni di barili
• Qatar: 112 miliardi di m³ di gas e circa 550.000 barili di petrolio

Se lo stretto rimanesse chiuso per una settimana, le perdite sarebbero ingenti:
• Arabia Saudita: 4,5 miliardi di dollari
• Iraq: 2 miliardi
• Emirati Arabi Uniti: 3 miliardi
• Qatar: 1,5 miliardi
• Kuwait: 1,5 miliardi
• Iran: 1,5 miliardi

Queste cifre riguardano solo petrolio e gas. Considerando anche altre materie prime, le perdite salirebbero a:
• Arabia Saudita: 7,8 miliardi
• Emirati Arabi Uniti: 8,4 miliardi
• Iraq: 3,2 miliardi
• Iran: 2,5 miliardi

L’Iran sarebbe il Paese più colpito: dispone di riserve valutarie quasi nulle, è sottoposto a sanzioni da anni, presenta elevati livelli di corruzione e la sua economia era già in crisi prima della guerra. La perdita delle entrate petrolifere e il blocco delle importazioni essenziali aggraverebbero drasticamente la situazione.

La chiusura dello stretto ridurrebbe le esportazioni dei Paesi del Golfo, colpendo soprattutto quelli con bilanci fortemente dipendenti dalle entrate energetiche. Esempi:
• Iraq: oltre il 95% del bilancio dipende dal petrolio
• Kuwait: circa il 90%
• Arabia Saudita: 60–70%, ma con rotte alternative e benefici dall’aumento dei prezzi
• Emirati Arabi Uniti: 30–40%
• Qatar: molto meno, grazie alla diversificazione economica degli ultimi anni.

La chiusura di Hormuz avrebbe dunque ripercussioni profonde sulle economie della regione, con effetti a cascata sui mercati globali.