di Giuseppe Gagliano –
L’Iran ha deciso di ritoccare i prezzi della benzina per la prima volta dopo il trauma del 2019. Allora un aumento improvviso scatenò proteste di massa, represse nel sangue, con centinaia di morti e migliaia di arresti. Oggi Teheran prova una strada più cauta: non un taglio secco ai sussidi, ma l’introduzione di una terza fascia di prezzo. Un intervento calibrato, quasi chirurgico, che dice molto più di quanto sembri. In Iran il carburante non è solo una merce: è un simbolo sociale, un diritto percepito, una linea rossa politica.
Il nuovo meccanismo mantiene 60 litri mensili a prezzo fortemente agevolato, una seconda quota a tariffa raddoppiata e introduce un terzo livello più caro per i consumi eccedenti. Anche così, la benzina iraniana resta tra le più economiche al mondo. Il problema, però, non è il prezzo alla pompa, ma il costo per lo Stato. La differenza tra produzione e vendita è coperta da sussidi colossali: decine di miliardi di dollari l’anno, che drenano risorse in un’economia già strangolata da sanzioni, svalutazione del rial e inflazione intorno al 40 per cento. È una spirale nota: più sussidi, più deficit; più deficit, più inflazione; più inflazione, più pressione sociale.
Ogni aumento del prezzo del carburante si riflette immediatamente sul costo della vita. Secondo molti analisti iraniani, un incremento di 10.000 rial può spingere l’inflazione di diversi punti percentuali. Ma mantenere prezzi artificialmente bassi non ha risolto nulla: ha favorito sprechi, contrabbando e un modello economico bloccato. Il governo lo sa, ma procede con estrema prudenza. L’aumento attuale è un test, non una riforma strutturale. Serve a misurare la reazione della società, non a riequilibrare davvero i conti pubblici.
Il contesto politico è delicatissimo. Il Paese esce da una guerra breve ma traumatica con Israele, con infrastrutture colpite, tensioni regionali alte e una popolazione stanca. La leadership teme che qualsiasi shock economico possa riaccendere la miccia della protesta. Le scene tranquille ai distributori di Teheran non ingannano: l’assenza di disordini immediati non equivale a consenso. È piuttosto rassegnazione. Una rassegnazione pericolosa, perché può trasformarsi rapidamente in rabbia se le condizioni peggiorano.
Per molti iraniani l’aumento del carburante è percepito come una tassazione indiretta in un’economia già disfunzionale. Tassazione senza rappresentanza, senza dibattito, senza fiducia. Il settore dei trasporti è enorme: milioni di veicoli, milioni di tassisti formali e informali che vivono su margini minimi. Colpire il carburante significa colpire direttamente il reddito di una quota rilevante della popolazione urbana, quella storicamente più capace di mobilitarsi.
Sul piano geopolitico, la questione dei sussidi energetici è legata a doppio filo alle sanzioni sul nucleare. Finché Teheran resta isolata, non può permettersi una transizione graduale verso prezzi di mercato senza rischiare il collasso sociale. Al tempo stesso, mantenere sussidi giganteschi indebolisce lo Stato e riduce la capacità di investimento strategico. È un vicolo cieco: l’Iran paga il prezzo della propria autonomia geopolitica anche alla pompa di benzina.
Il messaggio implicito del governo è chiaro: non abbiamo scelta, ma non possiamo dirvelo apertamente. La revisione trimestrale dei prezzi lascia intendere che altri aumenti arriveranno. La domanda non è se, ma quando e fino a che punto. La benzina, ancora una volta, diventa il termometro della tenuta del sistema politico iraniano. Non perché costi troppo, ma perché rivela la fragilità del patto tra Stato e società. In Iran, la storia insegna che quando quel patto si rompe, non bastano né sussidi né repressione a ricomporlo.




