di Giuseppe Gagliano –
La guida della sicurezza nazionale iraniana passa a un uomo dei Pasdaran. La nomina di Mohammad Bagher Zolghadr al vertice del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale segna una svolta netta: Teheran reagisce ai raid del 17 marzo e alla morte di Ali Larijani rafforzando il nucleo militare del potere e restringendo ulteriormente gli spazi della politica.
Non si tratta di un semplice cambio di incarico, ma di una scelta strategica. Zolghadr, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, sostituisce una figura come Larijani, capace di muoversi tra diplomazia e mediazione interna, con un profilo opposto: un uomo cresciuto nell’apparato coercitivo dello Stato, abituato a leggere la sicurezza come comando e controllo. Il suo percorso, dalla guerra con l’Iraq ai vertici dei Pasdaran fino agli incarichi governativi, riflette una linea più rigida e operativa.
La conseguenza è immediata sul piano politico. Con Zolghadr, ogni ipotesi di negoziato con gli Stati Uniti passa attraverso un filtro molto più duro. Teheran lega esplicitamente il dialogo alle condizioni del conflitto, subordinandolo alla fine delle ostilità, a garanzie contro nuovi attacchi, a compensazioni e alla difesa del proprio programma missilistico. Il tavolo diplomatico viene così ricondotto dentro la logica della deterrenza e della sopravvivenza del regime.
La scelta conferma una tendenza strutturale. Sotto pressione esterna e in una fase delicata per la successione al vertice, la Repubblica islamica sposta il baricentro del potere verso l’apparato securitario. Non è una militarizzazione totale dello Stato, ma una progressiva centralità di chi controlla forza armata, intelligence e gestione della crisi. Il peso dei Pasdaran nella decisione strategica si rafforza ulteriormente.
In questo contesto pesa anche la transizione interna. Il profilo ancora poco visibile di Mojtaba Khamenei accresce il bisogno di figure solide nel sistema di sicurezza. La nomina di Zolghadr risponde anche a questa esigenza: compensare l’incertezza politica con una maggiore rigidità organizzativa e con il rafforzamento della catena di comando.
Sul piano militare, il segnale è chiaro. L’Iran non si prepara a una rapida de-escalation, ma a una fase prolungata di confronto. La scelta di un ex comandante indica la volontà di coordinare più strettamente sicurezza interna, intelligence e strategia regionale, accorciando la catena decisionale e rendendo il linguaggio del potere sempre più militare.
Il messaggio è duplice. All’esterno, Teheran mostra che gli attacchi subiti hanno rafforzato, non indebolito, il nucleo duro del regime. All’interno, segnala alle élite civili che lo spazio per compromessi si restringe e che la gestione della sicurezza passa definitivamente agli uomini dell’apparato.
La nomina di Zolghadr non è solo una risposta a un evento traumatico, ma l’indicazione di una traiettoria: l’Iran si prepara a governare una fase eccezionale rendendola struttura stabile del proprio sistema di potere.












