di Giuseppe Gagliano –

L’Iran si prepara ad annunciare una propria zona di esclusione nel Golfo, estesa oltre il perimetro delle restrizioni imposte dagli Stati Uniti, e a pubblicare le mappe di un nuovo corridoio di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Restano tuttavia da chiarire tempi, coordinate e modalità con cui Teheran intenda applicare le nuove disposizioni.

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha avvertito che le imbarcazioni entrate senza autorizzazione nell’area soggetta alle restrizioni iraniane saranno colpite da sanzioni. La questione decisiva riguarda però la capacità concreta di Teheran di imporre queste regole e la reazione degli Stati Uniti.

Una dichiarazione unilaterale non modifica automaticamente le norme internazionali sulla navigazione attraverso uno stretto utilizzato dal traffico internazionale. Sul piano operativo, tuttavia, la presenza di missili, mine, velivoli senza pilota e unità militari può modificare rapidamente la valutazione del rischio effettuata da armatori e compagnie assicurative.

Se le misure annunciate saranno effettivamente applicate, nello Stretto potrebbero sovrapporsi due sistemi contrapposti di interdizione e controllo: quello statunitense e quello iraniano. Le compagnie commerciali rischierebbero così di trovarsi nella difficile posizione di rispettare le indicazioni di una parte esponendosi alle conseguenze minacciate dall’altra.

La pubblicazione di un corridoio iraniano assumerebbe quindi un significato politico oltre che nautico. Teheran intende contestare la capacità degli Stati Uniti di determinare unilateralmente le condizioni della navigazione in uno degli spazi marittimi più importanti del mondo.

Rezaei ha inoltre dichiarato che l’atteggiamento militare iraniano nei confronti delle navi da guerra e delle basi statunitensi sarebbe stato “fondamentalmente ricalibrato” dopo l’impiego di un missile Qassem Basir contro unità americane nelle vicinanze dello Stretto. Washington sostiene che le proprie navi abbiano evitato gli attacchi attribuiti alle forze iraniane.

Al di là delle versioni contrapposte sull’episodio, la strategia di Teheran punta a dimostrare che la presenza militare statunitense nel Golfo comporta ormai un rischio crescente.

L’Iran non dispone delle capacità necessarie per competere alla pari con gli Stati Uniti in uno scontro aeronavale convenzionale. La superiorità americana in termini di aviazione, sorveglianza, difesa antimissile e capacità d’attacco rimane considerevole.

La risposta iraniana si basa quindi soprattutto su strumenti asimmetrici: missili costieri, velivoli senza pilota, mine navali e piccole imbarcazioni veloci capaci di operare in uno spazio ristretto e particolarmente complesso.

L’obiettivo non deve necessariamente essere la distruzione di una grande unità statunitense. Costringere le navi a modificare le rotte, aumentare le misure di protezione e consumare costosi intercettori può già produrre un effetto militare ed economico significativo.

Il dato più rilevante riguarda tuttavia il traffico commerciale. Negli ultimi dieci giorni, secondo le informazioni disponibili, lo Stretto sarebbe stato attraversato mediamente da appena dieci navi commerciali al giorno, il livello più basso dallo scorso maggio.

Se confermata, una simile riduzione mostrerebbe perché Teheran non abbia necessariamente bisogno di chiudere fisicamente Hormuz. È sufficiente che armatori, assicuratori e proprietari dei carichi considerino il transito sufficientemente pericoloso da rinviarlo o evitarlo.

L’incertezza aumenta i premi assicurativi, il costo dei noli e i tempi di consegna e può riflettersi rapidamente sui prezzi dell’energia. Il rischio diventa così esso stesso uno strumento di pressione.

Lo Stretto di Hormuz rimane una delle principali strozzature del sistema energetico mondiale. Una quota rilevante delle esportazioni di petrolio e gas dei produttori del Golfo deve attraversare questo passaggio prima di raggiungere i mercati internazionali.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di infrastrutture terrestri che permettono di aggirare parzialmente lo Stretto, ma la capacità alternativa non è sufficiente a sostituire completamente i volumi normalmente trasportati via Hormuz.

Una riduzione prolungata del traffico avrebbe conseguenze particolarmente importanti per i grandi importatori asiatici e potrebbe aumentare la volatilità dei prezzi internazionali. Anche l’Europa, pur avendo una dipendenza diretta inferiore rispetto ad alcune economie asiatiche, subirebbe gli effetti dell’aumento dei costi energetici, assicurativi e del trasporto marittimo.

L’arma di Hormuz presenta però un limite evidente: colpisce anche l’Iran. Una crisi prolungata potrebbe ostacolare le esportazioni iraniane, aumentare il costo delle importazioni e spingere le monarchie arabe del Golfo a rafforzare ulteriormente la cooperazione militare con gli Stati Uniti.

Teheran ha quindi interesse a calibrare attentamente la pressione. Una chiusura completa dello Stretto aumenterebbe enormemente il rischio di una risposta militare internazionale. Un’interdizione parziale, accompagnata da un elevato livello di incertezza, può invece produrre conseguenze economiche significative senza arrivare necessariamente al blocco totale.

La zona di esclusione può assumere anche una funzione negoziale. L’Iran dispone della possibilità di aumentare o diminuire il livello di rischio nel Golfo e può utilizzare questa capacità nelle trattative sulle sanzioni, sul programma nucleare e sulla presenza militare americana nella regione.

Il pericolo maggiore rimane quello di un’escalation provocata da un errore di valutazione. La concentrazione di forze ostili in uno spazio marittimo ristretto riduce drasticamente i tempi disponibili per distinguere una dimostrazione di forza da un attacco reale.

Un missile interpretato come diretto contro una nave, un’imbarcazione entrata in un’area soggetta a restrizioni o una decisione presa in pochi secondi da un comandante potrebbero trasformare la pressione controllata in uno scontro diretto.

Gli Stati Uniti difficilmente accetteranno che Teheran determini unilateralmente chi possa attraversare Hormuz. L’Iran, allo stesso tempo, rischierebbe di perdere credibilità qualora annunciasse interdizioni senza tentare di farle rispettare. Entrambe le parti sono quindi spinte a dimostrare determinazione, aumentando contemporaneamente il pericolo di escalation.

Il principale strumento di pressione iraniano non consiste necessariamente nella capacità di sigillare completamente lo Stretto, operazione militarmente complessa e politicamente rischiosa. Consiste piuttosto nella possibilità di rendere ogni attraversamento più costoso e incerto.

Per produrre conseguenze sull’economia mondiale, Teheran non deve quindi fermare tutte le navi. Può essere sufficiente convincere una parte degli armatori che attraversare Hormuz non valga più il rischio.