di Giuseppe Gagliano –
La Guida Suprema della Repubblica Islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, si ritrova oggi più sola che mai. Dopo anni di resistenza ostinata e gestione autoritaria del potere, l’attacco concentrico di Israele e la destabilizzazione interna stanno progressivamente erodendo il cuore del suo sistema di comando. Dal 13 giugno, una serie di raid israeliani chirurgici ha decapitato parte del vertice militare e di intelligence del regime, colpendo figure chiave delle Guardie Rivoluzionarie: il generale Hossein Salami, l’ingegnere del programma balistico Amir Ali Hajizadeh, e il capo dell’intelligence Mohammad Kazemi.
Si tratta di perdite non solo militari, ma simboliche. Questi uomini costituivano il nucleo strategico dell’establishment lealista, una ristretta cerchia di 15-20 consiglieri che, dal cuore del complesso di Teheran, accompagnava ogni decisione della Guida Suprema. La loro assenza non può essere facilmente compensata, e mina l’equilibrio decisionale in un momento in cui l’Iran affronta un’escalation di proporzioni regionali.
Khamenei, leader religioso e politico forgiato dalla repressione pre-rivoluzionaria e sopravvissuto a un attentato nel 1981, ha costruito in oltre tre decenni un apparato verticale, incentrato su sé stesso. È il comandante supremo delle forze armate, arbitro della politica estera, della giustizia, delle nomine più alte dello Stato. Ma, come confermano fonti interne, ascolta e pondera, prima di decidere. È cauto, non impulsivo. Eppure, la rimozione fisica dei suoi collaboratori più fidati lo espone al rischio di decisioni solitarie, sbilanciate, forse avventate.
La guerra con Israele si sta rivelando devastante anche sul piano interno. I missili lanciati in risposta agli attacchi aerei hanno avuto l’effetto di rafforzare l’isolamento diplomatico dell’Iran, mentre le sanzioni e la crisi economica acuiscono il malcontento. Le proteste represse nel sangue nel 1999, nel 2009 e nel 2022 non hanno estinto la rabbia popolare, ma l’hanno sedimentata.
Al fianco di Khamenei resta un’élite politica e tecnica, spesso invisibile, che amministra il sistema al di fuori della presidenza formale. È in questo contesto che emerge con forza la figura di Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah, custode silenzioso degli equilibri tra i Pasdaran e gli apparati civili, figura chiave nella costruzione di una possibile successione. Mojtaba non ha cariche ufficiali, ma controlla reti, influssi, accessi.
Intorno a lui si muovono nomi noti come Ali Asghar Hejazi, potentissimo funzionario dell’intelligence, Mohammad Golpayegani, capo dell’ufficio di Khamenei, e volti della diplomazia storica come Ali Akbar Velayati e Kamal Kharazi. Tutti uomini di raccordo tra la Guida Suprema e i nodi vitali dello Stato, dalla politica estera al programma nucleare.
Ma la pressione cresce anche dall’esterno. Israele alza il tiro. Il premier Benjamin Netanyahu ha evocato apertamente l’assassinio di Khamenei come strumento risolutivo del conflitto. L’idea è circolata anche a Washington ma, secondo Politico, Donald Trump avrebbe posto il veto a un’operazione così radicale, temendo l’effetto domino. Per ora la Casa Bianca si limita a contenere, ma non esclude azioni più dure se Teheran dovesse colpire obiettivi americani.
Il punto di rottura potrebbe non essere lontano. La caduta di pezzi centrali del comando iraniano, il logoramento economico, l’ipotesi di un cambio di regime ventilata apertamente da Tel Aviv e dai suoi sostenitori più accesi, pongono la Repubblica Islamica davanti a una delle sfide più critiche della sua storia post-rivoluzionaria. E la figura di Khamenei, sempre più circondata e orfana di colonne portanti, rischia di passare dalla leggenda alla vulnerabilità.




