Iran. Test di allerta civile e corsa ai missili

di Giuseppe Gagliano

Nel suo recente intervento, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha mandato un avvertimento che suona sostanzialmente come una scelta obbligata: diplomazia o guerra. Per Teheran, dopo le distruzioni dell’estate, entrambe le strade restano aperte. Ma non è solo retorica. L’Iran sta testando sistemi di allerta civile, riorganizzando l’apparato missilistico e cercando un nuovo equilibrio interno ed esterno dopo l’Operazione Midnight Hammer, che ha devastato alcune infrastrutture nucleari cruciali. Anche questo dice molto: in Medio Oriente sta montando una tensione più ampia della disputa iraniana-israeliana, perché dentro quel conflitto si incrociano le traiettorie degli Stati Uniti, della Cina e delle potenze regionali.
Il test nazionale dei sistemi di allerta non è stato un semplice esercizio tecnico. È la dimostrazione che Teheran sta cercando di colmare un vuoto strutturale emerso a giugno quando, durante l’offensiva israeliana e i bombardamenti americani, milioni di persone non hanno ricevuto comunicazioni tempestive. Una falla che aveva fatto discutere anche nei palazzi del potere iraniani. Ora l’Iran vuole costruire un sistema di protezione civile moderno, capace di reggere l’urto psicologico e logistico di un eventuale nuovo round. E questo, in un Paese già segnato da terremoti devastanti e infrastrutture fragili, ha un valore militare ed economico non marginale. Per un regime che ha bisogno di consenso, la gestione dell’emergenza è oggi componente essenziale della propria stabilità interna.
Dopo la guerra di 12 giorni, Teheran ha accelerato la produzione missilistica. Le fabbriche lavorano senza sosta e la dottrina militare iraniana sembra ormai orientata a un principio: saturare le difese israeliane lanciando migliaia di vettori in pochissimo tempo. Non solo più missili, ma missili più intelligenti. Analisti indipendenti sottolineano come l’Iran abbia imparato a ottimizzare sequenza, traiettorie e obiettivi, puntando a massimizzare i danni con un numero ridotto di lanci. È la logica classica della guerra asimmetrica. Israele ha intercettato l’86% dei missili iraniani, ma lo ha fatto usando quantità enormi di intercettori avanzati, con un costo complessivo enorme in termini economici e di logistica. L’Iran sa che l’arma del logoramento può diventare decisiva.
Pechino appare sempre più come il vero ago della bilancia. Secondo fonti occidentali, dalla Cina sono arrivate migliaia di tonnellate di perclorato di sodio, essenziale per il propellente dei missili iraniani. Una fornitura che indica non solo complicità, ma anche una strategia geopolitica più ampia: sostenere l’Iran come pedina utile a contenere Stati Uniti e alleati nella regione. La Cina valuta anche la possibilità di fornire sistemi di difesa aerea HQ-9, il che ridurrebbe drasticamente la vulnerabilità di Teheran agli attacchi israeliani. In cambio, Pechino ottiene vantaggi economici e politici: accesso stabile all’energia iraniana e una leva importante nei negoziati commerciali con Washington. La guerra in Medio Oriente è diventata così anche una guerra geoeconomica tra superpotenze.
L’Operazione Midnight Hammer ha colpito duramente il programma nucleare iraniano, ma non lo ha spento. Teheran sta spostando la produzione, ricostruendo laboratori e negando l’accesso agli ispettori dell’AIEA. Il nuovo sito di Pickaxe Mountain rappresenta una sfida simbolica e concreta: se l’Occidente non può verificare le scorte di uranio arricchito al 60%, ogni calcolo strategico diventa più incerto e più rischioso. La logica è semplice: maggiore ambiguità, maggiore deterrenza. Ma questa deterrenza potrebbe alimentare una spirale che Israele considera esistenziale. Da qui l’ombra lunga di un nuovo attacco preventivo.
La diplomazia nucleare, già fragile, appare congelata. Washington parla di negoziati “non equi”, Teheran denuncia l’AIEA come strumento politico dell’Occidente. La verità è che ogni tavolo negoziale oggi è sovrastato da tre fattori: la pressione interna sulle economie dei Paesi coinvolti, la crescente interdipendenza tra guerra e energia, e la necessità di evitare che il mercato petrolifero precipiti in una nuova crisi. L’Iran, con i suoi alleati e con le sue capacità di interferire nel Golfo, sa di avere un potere economico notevole. E questo potere diventa un’arma, tanto quanto i suoi missili.
Tra Israele che considera incompiuta la guerra di giugno, l’Iran che accelera la ricostruzione militare e la Cina che osserva, sostiene e misura la distanza dagli Stati Uniti, il Medio Oriente entra in una fase in cui ogni scintilla può diventare incendio. È un equilibrio costruito su diffidenze storiche, ambizioni regionali e calcoli globali. In questo quadro, il test di allerta sui cellulari iraniani diventa il simbolo perfetto di un Paese che si prepara non solo alla guerra, ma anche alla sopravvivenza politica in un ambiente che si è fatto più instabile e imprevedibile che mai.