di Giuseppe Gagliano –
Le accese dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sull’Iran, intrecciate alla pressione israeliana, indicano una dinamica strutturale: il dossier iraniano resta irrisolto, e la finestra del 2026 appare carica di incentivi politici e militari a un secondo round.
Washington ha riallineato il linguaggio dell’intervento alla tutela dei manifestanti, costruendo un nesso diretto tra repressione interna e legittimità internazionale. In parallelo l’attivismo mediatico dell’esule Reza Pahlavi e la comunicazione del primo ministro Benjamin Netanyahu puntano a presentare Teheran come un sistema fragile, esposto a pressioni dall’esterno e dall’interno. È una strategia che mira a erodere il consenso residuo del regime e a preparare il terreno a nuove azioni coercitive.
Negli ultimi due anni l’Iran ha visto contrarsi il proprio perimetro d’influenza. Le strutture alleate sono state colpite, mentre la Siria post-Assad si è avvicinata agli Stati Uniti e a Israele, aprendo alla prospettiva di accordi di sicurezza e normalizzazione. La presenza statunitense a Damasco, se confermata, segnerebbe un ulteriore arretramento strategico iraniano lungo il Levante.
Il cuore del problema resta il programma nucleare. Le valutazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica indicano che una quota rilevante di uranio arricchito è sopravvissuta ai raid del 2025. Con circa quattrocento chilogrammi arricchiti al sessanta per cento, Teheran conserva una capacità latente che Israele considera una minaccia esistenziale. I negoziati sono fermi: questo vuoto diplomatico alimenta la tentazione dell’opzione militare.
Dal punto di vista operativo, un secondo round non sarebbe una replica del precedente. Israele punterebbe a colpire capacità di rigenerazione e catene di comando, contando su copertura politica e supporto logistico statunitense. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno già oltrepassato la soglia simbolica degli attacchi diretti, riducendo il costo politico di un nuovo intervento. Il rischio di escalation resta elevato, ma calcolato.
Un conflitto riaperto avrebbe effetti immediati sui mercati energetici: premio di rischio sul greggio, volatilità delle rotte e pressione inflattiva. L’Iran, già sotto sanzioni, subirebbe un’ulteriore compressione delle entrate; per i partner regionali crescerebbero i costi di sicurezza e assicurazione. L’Occidente scommette che l’impatto macroeconomico resti gestibile; Teheran sa che il margine è stretto.
Il quadro complessivo favorisce l’asse Washington–Gerusalemme. Gli Accordi di normalizzazione hanno ridotto l’isolamento israeliano, mentre l’Iran appare più solo. Non a caso l’International Crisis Group colloca un nuovo scontro diretto tra gli scenari ad alta probabilità nel 2026. La convergenza politica tra Trump e Netanyahu, consolidata negli incontri riservati, rafforza l’idea che il confronto sia visto come un investimento strategico più che come un rischio.
Finché il nodo nucleare resterà irrisolto e l’Iran verrà percepito come vulnerabile, la logica dello scontro continuerà a prevalere su quella del compromesso. Il secondo round non è inevitabile per destino, ma lo diventa per accumulo di scelte, percezioni e interessi convergenti. In Medio Oriente, la deterrenza torna a parlare il linguaggio della forza.




