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Iraq e Siria hanno firmato un accordo per riattivare l’oleodotto Kirkuk-Baniyas, infrastruttura inattiva da decenni che dovrebbe offrire a Baghdad una via alternativa allo Stretto di Hormuz per l’esportazione del greggio. Il progetto, sostenuto da un consorzio con la partecipazione di Chevron, TI Capital e della qatariota UCC Holding, punta a collegare i giacimenti iracheni al porto siriano di Baniyas, riducendo la dipendenza dalle rotte del Golfo.

L’opera prevede una capacità iniziale fino a due milioni di barili al giorno, un costo stimato tra 4,5 e 8 miliardi di dollari e tempi di realizzazione di circa trenta mesi. Tuttavia, il progetto dovrà affrontare notevoli difficoltà tecniche e di sicurezza, poiché l’oleodotto è fuori servizio dagli anni Ottanta ed è stato gravemente danneggiato durante l’invasione dell’Iraq del 2003.

Per Baghdad la diversificazione delle vie di esportazione rappresenta una priorità strategica, soprattutto alla luce delle tensioni nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, spostare il trasporto del petrolio su un corridoio terrestre non elimina i rischi, ma li trasferisce lungo un’infrastruttura che attraversa territori interessati dalla presenza di milizie, gruppi jihadisti, forze curde e numerosi attori regionali e internazionali.

Gli Stati Uniti sostengono il progetto come parte di una strategia volta a ridurre la vulnerabilità energetica dell’Iraq. Secondo l’inviato speciale Tom Barrack, il nuovo collegamento potrebbe diminuire in modo significativo la dipendenza da Hormuz, anche se la sua effettiva realizzazione resta strettamente legata alla stabilità politica e militare dell’area.

Washington valuta inoltre possibili corridoi alternativi attraverso la Turchia, ma anche questa soluzione presenta ostacoli politici e diplomatici legati ai rapporti tra Ankara, Baghdad e il governo regionale del Kurdistan iracheno.

Per la Siria il ripristino dell’oleodotto rappresenterebbe un’importante opportunità economica grazie ai diritti di transito e al rilancio del porto di Baniyas. Al tempo stesso, però, il terminale potrebbe diventare un obiettivo strategico in caso di escalation regionale, aumentando l’esposizione del Paese a possibili attacchi.

L’accordo segna quindi un passo significativo verso la diversificazione delle esportazioni energetiche irachene, ma la realizzazione del progetto dipenderà dalla capacità di garantire sicurezza, finanziamenti e stabilità politica in una delle aree più instabili del Medio Oriente.