di Giuseppe Gagliano –
Il governo di Mohammed Shiaa al-Sudani ha scelto di affrontare Katai’b Hezbollah, la fazione più filo-iraniana delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), con una linea di “contenimento misurato”. L’obiettivo è chiaro: limitare il potere politico e militare di questa milizia senza destabilizzare l’intera architettura delle PMF, che restano fondamentali per la sicurezza interna ma anche uno strumento di influenza iraniana.
Questo approccio, apparentemente prudente, riflette un dilemma iracheno: rispondere alle pressioni internazionali, soprattutto statunitensi, che chiedono di ridimensionare le milizie sciite, senza però compromettere il consenso politico interno o provocare una reazione violenta da parte di gruppi armati che hanno radicamento popolare e capacità militare autonoma.
Il pretesto per il giro di vite è arrivato con gli incidenti di Baghdad presso un edificio del Ministero dell’Agricoltura, che hanno causato tre morti e coinvolto direttamente uomini di Katai’b Hezbollah. Baghdad ha reagito rimuovendo comandanti vicini alla milizia, arrestando presunti responsabili e accusando il direttore dell’autorità agricola di aver pianificato l’assalto, con capi d’accusa che vanno dalla corruzione alla falsificazione di documenti.
Sul piano dell’immagine, la mossa mostra un governo deciso ad affermare la propria sovranità. Sul piano pratico, molti analisti la considerano un’operazione di facciata: le PMF continuano a godere di copertura politica, e una legge in discussione in Parlamento potrebbe addirittura consolidarne il potere.
Gli Stati Uniti hanno definito la proposta di legge un regalo all’Iran, capace di rafforzare milizie che Washington considera terroristiche. La preoccupazione americana non è solo di principio: le milizie hanno colpito più volte basi e interessi statunitensi, mantenendo un potenziale destabilizzante per la sicurezza regionale.
Il governo iracheno cerca così di mandare un messaggio rassicurante ai partner occidentali, senza però alienarsi il sostegno del Coordination Framework, la coalizione parlamentare a maggioranza sciita di cui il PMF è parte integrante. È una partita di bilanciamenti: il segnale agli USA è di collaborazione, quello all’Iran è di continuità strategica.
La questione Katai’b Hezbollah non è solo interna. Si inserisce in una più ampia competizione regionale, dove l’Iraq è al centro di un braccio di ferro tra Teheran e Washington. Ridurre l’autonomia operativa della milizia significherebbe erodere una delle leve di influenza iraniana in Medio Oriente, ma anche rischiare una frattura con l’alleato strategico che garantisce sostegno militare e politico contro lo Stato Islamico e le cellule jihadiste residue.
Per l’Iran le PMF sono una rete di proiezione di potere non solo militare, ma anche economico: il controllo di settori come edilizia, trasporti e appalti pubblici genera entrate e influenza. Per gli Stati Uniti e i Paesi arabi del Golfo, limitare questa sfera è un passo cruciale per sottrarre Baghdad all’orbita iraniana.
Sul piano geoeconomico, le milizie sciite sono anche attori economici. Partecipano a traffici legali e illegali, gestiscono risorse agricole, controllano zone strategiche per il passaggio di merci e carburante. Ogni restrizione al loro potere tocca interessi finanziari ramificati e reti clientelari che influenzano la politica locale.
Sul piano militare, la loro integrazione nelle forze regolari è solo nominale: dispongono di proprie catene di comando, arsenali e canali di approvvigionamento. Il contenimento richiede non solo misure legali, ma un rafforzamento reale dello Stato iracheno in termini di intelligence, logistica e controllo territoriale.
La strategia di al-Sudani appare come un compromesso tattico: evitare lo scontro frontale con Katai’b Hezbollah, rassicurare gli USA e mantenere la coesione interna. Ma senza un piano chiaro e un’applicazione rigorosa delle misure, il rischio è di perpetuare uno status quo in cui le milizie restano arbitri del potere reale, con un Iraq ancora ostaggio di equilibri imposti da attori esterni.
L’Iraq insomma cammina su una linea sottile: un passo falso, e il contenimento potrebbe trasformarsi in detonatore di una crisi ben più ampia.




