di Giuseppe Gagliano –
L’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti riporta l’Iraq al centro dello scontro tra Washington e Teheran
L’attacco contro l’ambasciata americana a Baghdad segna un passaggio politico e militare che riporta l’Iraq al centro della guerra regionale contro l’Iran. Non si tratta soltanto di droni intercettati e razzi caduti nella Zona Verde, ma del segnale che il Paese non è più una retrovia della crisi mediorientale. Baghdad torna a essere uno dei teatri decisivi del conflitto, con tutte le sue fragilità: istituzioni divise, milizie solo formalmente integrate nello Stato, presenza americana contestata e influenza iraniana radicata.
L’offensiva del 17 marzo contro la missione diplomatica statunitense rappresenta prima di tutto un messaggio strategico. Colpire l’ambasciata nella capitale irachena significa dimostrare che nessun presidio americano nella regione può dirsi completamente al sicuro. Le milizie sciite vicine a Teheran hanno mostrato di conservare capacità operative per alzare il livello dello scontro scegliendo obiettivi ad alto valore simbolico e politico. Anche se parte dei droni è stata intercettata, il fatto che l’ambasciata sia stata raggiunta ha messo in evidenza la vulnerabilità del dispositivo di sicurezza.
L’episodio si inserisce in una catena di rappresaglie che va avanti da settimane. Da un lato gli Stati Uniti colpiscono postazioni, comandanti e centri logistici delle Forze di Mobilitazione Popolare. Dall’altro le milizie irachene allineate con l’Iran rispondono con droni e razzi contro basi, strutture diplomatiche e infrastrutture energetiche. È la logica della guerra indiretta che torna a imporsi: logorare la presenza americana senza arrivare a uno scontro aperto.
Le Forze di Mobilitazione Popolare, nate nel 2014 per combattere lo Stato islamico e poi integrate nell’apparato statale, restano un universo composito in cui la dimensione istituzionale convive con quella militante. Una parte significativa della forza armata irachena è allo stesso tempo dentro e fuori lo Stato: formalmente riconosciuta ma attraversata da fedeltà parallele e spesso orientata da rapporti stretti con Teheran. In una fase di confronto diretto tra Stati Uniti e Iran questa ambiguità diventa un fattore di instabilità.
Baghdad si ritrova così schiacciata tra due potenze rivali. L’Iraq è alleato militare degli Stati Uniti sul piano formale, ma allo stesso tempo è profondamente penetrato dall’influenza iraniana sul piano politico e securitario. Ogni attacco americano contro milizie sciite sul territorio iracheno indebolisce il governo centrale, mentre ogni azione delle milizie contro obiettivi statunitensi trascina il Paese sempre più dentro una guerra che ufficialmente non vuole combattere.
Il raid contro il quartier generale delle Forze di Mobilitazione Popolare nel distretto di Jadriyah, dove secondo fonti locali erano presenti consiglieri iraniani, conferma che il suolo iracheno è ormai un’area di contatto diretto tra apparati militari americani e rete regionale iraniana. Baghdad diventa così una città di frontiera del conflitto mediorientale.
Alla dimensione militare si aggiunge quella energetica. Il colpo al giacimento di Majnoon e il possibile riavvio dell’oleodotto Kirkuk Turchia mostrano che la guerra riguarda anche i corridoi del petrolio e la capacità dell’Iraq di continuare a esportare energia mentre lo Stretto di Hormuz è quasi paralizzato. Se l’Iran usa la chiusura dello stretto per aumentare la pressione sul mercato globale, l’Iraq diventa un tassello chiave delle rotte alternative e quindi un obiettivo vulnerabile.
Il possibile ripristino del collegamento petrolifero verso la Turchia assume così un significato strategico. Da un lato permetterebbe di ridurre la dipendenza dalle rotte del Golfo, dall’altro si inserisce in una complessa partita regionale che coinvolge Ankara, Baghdad, il Kurdistan iracheno, gli Stati Uniti e l’Iran.
Anche la sicurezza delle missioni straniere appare sempre più fragile. L’attacco all’hotel Al Rasheed, vicino alla Zona Verde e frequentato da personale diplomatico e operatori del settore energetico, segnala che la pressione non riguarda soltanto gli Stati Uniti ma l’intera presenza internazionale nel Paese.
La posta in gioco va oltre la protezione dell’ambasciata americana o la capacità delle milizie di colpire la capitale. In gioco c’è il futuro dell’Iraq come Stato. Se il Paese tornerà a essere il principale terreno della guerra per procura tra Washington e Teheran, la sua già fragile sovranità rischia di ridursi ulteriormente.
L’Iraq non è ancora precipitato nel caos del passato, ma il segnale è chiaro. La guerra contro l’Iran non resta confinata al Golfo o allo Stretto di Hormuz. Si estende lungo tutta la profondità strategica del Medio Oriente e trova in Baghdad uno dei suoi punti di concentrazione più pericolosi. Quando un’ambasciata viene colpita, un quartier generale paramilitare bombardato e un giacimento petrolifero preso di mira, la distinzione tra crisi interna e guerra regionale smette di esistere. Ed è questo il vero allarme.




