di Giuseppe Gagliano –

L’ambasciata Usa di Baghdad ha condannato l’attacco con droni del 2 febbraio contro il giacimento di gas di Khor Mor, attribuito a gruppi di milizie locali. Nonostante l’assenza di vittime o danni significativi, l’episodio conferma la vulnerabilità della regione, dove le tensioni tra forze governative, milizie filoiraniane e combattenti curdi si intrecciano con gli interessi geopolitici delle potenze straniere. Le autorità del Kurdistan iracheno sostengono la presenza militare americana come elemento stabilizzatore e temono che un ritiro degli Stati Uniti possa creare un vuoto di potere sfruttabile dall’ISIS.

Il 31 gennaio ha segnato un cambio di rotta nei rapporti interni all’Iraq, con alcuni gruppi politici filo-iraniani che hanno ritirato la loro richiesta di espulsione delle forze americane, riconoscendo che il rischio di un ritorno dell’ISIS rende necessaria una loro permanenza. Questa posizione si allinea a quella dei leader curdi, che vedono nel sostegno della coalizione internazionale una garanzia contro l’espansione jihadista e le pressioni di Baghdad.

Intanto,a Washington, l’amministrazione Trump mantiene un atteggiamento ambiguo sul ruolo militare americano in Medio Oriente. Mentre il presidente ha dichiarato che la Siria “ha abbastanza problemi” e non ha bisogno dell’intervento statunitense, ha anche sottolineato che continuerà ad autorizzare operazioni contro lo Stato Islamico in diverse aree del mondo, come dimostrato dai recenti attacchi in Somalia. La Casa Bianca ha precisato che ogni decisione sul ritiro delle truppe rimarrà nelle mani del presidente, alimentando incertezza tra alleati e avversari sugli sviluppi futuri della strategia americana nella regione.